Si chiamano Glenda Todaro, Luigi Bianco e Andrea Corsino e sono solo alcuni tra gli studenti dell'Università della Calabria (Unical) che hanno frequentato la Summer School del Trading e della Finanza, evento che si svolge tutti gli anni nell'ateneo cosentino. Giovani appassionati e volenterosi d'imparare i segreti della finanza operativa. E non potrebbe essere altrimenti, visto che si tratta di un corso extracurriculare (il primo in Italia), al di fuori del perimetro dei vari corsi di laurea in economia. A tal riguardo, bisogna sottolineare come questo tipo di esperienza sia tuttora più unica che rara e se non fosse per l'Unical (che si sta confermando come un centro di eccellenza per la finanza operativa), in Italia non ci sarebbe nessun tipo d'iniziativa universitaria volta a spiegare ai giovani il vero funzionamento dei mercati finanziari. Oltre all'università calabrese, una menzione speciale va al prof. Fabio Piluso, ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari presso l'Università della Calabria, il vero motore del progetto. Una settimana dove si sono alternati mattina e pomeriggio alcuni tra i trader e gli operatori di borsa più preparati nel panorama italiano che hanno condiviso le loro esperienze e le loro strategie sui mercati. Poca teoria e molta pratica, quello che manca alla formazione di un giovane fresco di laurea che vorrebbe avvicinarsi al mondo finanziario. I percorsi di laurea economici peccano infatti di una parte dedicata alla finanza operativa che potrebbe essere utile per far capire agli studenti i driver che muovono realmente i mercati e tutto quello che gira intorno ai book di negoziazione. Il vero problema però si trova più a monte e riguarda in generale l'educazione finanziaria nel paese, ancora troppo bassa. Qualcosa in tal senso si sta facendo, con l'attuale governo che ha approvato il disegno di legge Competitività che inserisce l'educazione finanziaria nell'insegnamento dell'educazione civica, ma è ancora poco se paragonato agli sforzi che sono stati fatti nel corso degli ultimi anni da altri paesi europei, come quelli scandinavi. Secondo il report «Conoscenze e vulnerabilità degli investitori italiani», presentato durante l'evento MF Growth Day Milan della settimana scorsa da Paola Soccorso, consigliere presso Ufficio Studi Economici della Consob, si evince come ancora molto ci sia da fare.
Nelle cosiddette «big five», ossia le cinque nozioni di base dell'economia (relazione rischio/rendimento, inflazione, tasso di interesse composto, caratteristiche mutui e diversificazione del rischio) soltanto il 33% degli intervistati ha dimostrato di padroneggiare tutte e cinque le questioni, mentre il 12% non ne ha azzeccata una. La situazione non migliora neanche per quanto riguarda la gestione delle proprie finanze famigliari dove solo un 13% del campione ha dichiarato di avere un piano finanziario da più di 5 anni. Per quanto riguarda i comportamenti, viene evidenziato come soltanto il 41% valuta la sostenibilità delle proprie spese, e solo il 22% tiene traccia di entrate e uscite. Scende al 21% la percentuale di chi confronta le spese effettive rispetto a quelle pianificate mentre ben il 18% non segue nessuna regola specifica. Curioso come le persone che investono abbiano in maggioranza (39%) l'obiettivo principale di proteggere il capitale, mentre soltanto il 27% punta ad una crescita del capitale e il 18% ad una rendita periodica (il 16% non sa che obiettivo avere). Stanno invece calando coloro i quali gestiscono le proprie risorse in maniera autonoma (24%), mentre aumentano quelli che si affidano ad una consulenza informale (45%). Insomma c'è ancora molto da fare ma, come insegna il caso Unical, c'è anche speranza. (riproduzione riservata)