Nella seduta di giovedì 30 luglio, il dollaro-yen ha fatto quello che normalmente richiederebbe settimane: è precipitato da 163 yen a un minimo di 157 yen, cinque figure bruciate in poche ore. L'intervento delle autorità giapponesi sul mercato dei cambi (si stima un'operazione da circa 8,45 trilioni di yen, oltre 53 miliardi di dollari) ha provocato uno dei movimenti più bruschi sul cross valutario più scambiato al mondo. Poi, nel giro di ventiquattr'ore, il dollaro ha recuperato terreno, riportandosi intorno a 160,30 yen, salavo poi chiudere la settimana nuovamente in flessione a 159,3 yen. Sono passate botte da orbi, tra operatori e banca centrale. Alla fine, il primo round, l’ha vinto ai punti la BoJ. Ma il match non è finito. Sebbene il colpo si sia fatto sentire, per buttare giù i forex trader serve molto altro: l'intervento può comprare tempo, ma non cambia i fondamentali.
Per capire la portata di quello che è successo bisogna leggere il contesto con attenzione. Il 30 luglio il cambio aveva sfiorato 163,99 yen per dollaro, il livello più debole dal novembre del 1986. Quarant'anni di storia valutaria cancellati in poche settimane, mentre il carry trade sullo yen, la strategia che consiste nel prendere a prestito yen a tassi bassi e investire in valute ad alto rendimento, continuava a drenare domanda dalla valuta nipponica. Poi è arrivata la mossa della BoJ, con il supporto esplicito del Tesoro americano, un dettaglio non trascurabile: Commerzbank ha sottolineato come quel via libera politico da Washington abbia reso l'operazione internazionalmente sostenibile, almeno sul piano reputazionale. Non si tratta di un intervento solitario di un paese che cerca di manipolare il proprio cambio, ma di una mossa coordinata con il beneplacito dei principali partner del G7.
Il timing non era casuale. La Bank of Japan ha tenuto la sua riunione il 31 luglio, e la decisione, tenere i tassi fermi all'1%, era ampiamente attesa. Ma la comunicazione del governatore Kazuo Ueda ha avuto una sfumatura che il mercato ha registrato: la BoJ ha riaffermato una guidance hawkish, avvertendo che i rischi sull'inflazione sono orientati al rialzo e che l'inflazione core potrebbe deviare chiaramente sopra il target del 2% nel corso del 2026.
Tuttavia, le parole non bastano più e per convincere il mercato servono i fatti. Con la Federal Reserve ferma nella fascia 3,50-3,75% (dopo aver lasciato i tassi invariati nella riunione del 30 luglio), il gap con il Giappone rimane di oltre 250 punti base. Questa forbice è il carburante del carry trade: finché prendi a prestito in yen all'1% e investi in dollari al 3,5-3,75%, la matematica è favorevole.
Situazione ben evidente sul grafico del dollaro/yen, il quale rimane saldamente all’interno di un trend rialzista di medio termine, con una trend line rialzista (partita dal minimo dell’aprile 2025 a 140 yen) a sorreggere il movimento. Finché quella trendline regge, la struttura rialzista di medio termine rimane tecnicamente valida. (riproduzione riservata)