Il cambio australia/dollaro chiude la settimana attorno a quota 0,7050 dollari, in un clima di incertezza che riflette la convergenza di tre grandi forze: la riunione di politica monetaria della Reserve Bank of Australia (RBA), le mosse della Fed dopo dati occupazionali deludenti e la ricomparsa di interrogativi sulla tenuta della domanda cinese di materie prime. Una combinazione che ha tenuto la major in un range lateral rialzista stretto, ma tecnicamente rilevante, con il mercato in attesa di un segnale direzionale che ancora non è arrivato.
Non ha infatti aiutato l’ambiguità dalla Rba che martedì scorso ha confermato i tassi al 4,35%, pur avendo un tono da falco. La mossa era scontata dai mercati al 90% circa, ma ciò che conta non era tanto lo status quo in sé, quanto la comunicazione che l'ha accompagnata. Il Monetary Policy Statement pubblicato contestualmente alla decisione ha mostrato un board che rimane orientato in senso restrittivo. La RBA ha ribadito che l'inflazione, pur in calo, non è ancora rientrata stabilmente nell'obiettivo del 2-3%, e ha lasciato aperta la porta a ulteriori rialzi se i dati non dovessero confermare la traiettoria di disinflazione attesa. In particolare, la banca centrale ha sottolineato che «si aspetta che l'inflazione torni al punto medio del range solo verso fine 2027», un messaggio che implicava una postura più aggressiva di quanto i mercati stessero scontando.
Questo ha contribuito a una mini ripresa del cambio verso l’area 0,7060 dollari (salvo poi correggere leggermente). A mantenere un’impostazione rialzista ci sta pensando anche il differenziale di tassi tra Fed e Rba, che al momento rimane favorevole all'Australia in seno al carry trade. Ma proprio per questo la variabile chiave diventa la credibilità della traiettoria restrittiva australiana: ogni segnale di ammorbidimento da parte di Canberra potrebbe erodere rapidamente il vantaggio di rendimento.
Il terzo grande driver del dollaro australiano è la Cina, con un quadro rimasto ambiguo durante quest’ottava. L'economia cinese continua a mostrare una ripresa che alcune case d'investimento definiscono «a due velocità»: le esportazioni tengono, sostenute dalla domanda globale di manufatti, ma il settore immobiliare e le infrastrutture interni rimangono depressi, limitando la domanda di materie prime ad alto volume come il minerale di ferro. Molti analisti evidenziano come il supporto cinese alle commodity australiane sia al momento «concentrato» piuttosto che «diffuso»: i flussi commerciali bilaterali tra Australia e Cina restano solidi, ma non generano lo slancio rialzista diffuso che ci sarebbe stato con una ripresa piena. In questo scenario, la Cina sta svolgendo un ruolo di «rete di sicurezza» più che di «motore» per la valuta australiana.
Tecnicamente il trend lateral rialzista regge, ma serve una conferma. Il cambio per confermare l’impostazione dovrebbe superare la resistenza di 0,71 dollari, mentre a ribasso molto pericolosa sarebbe la violazione del supporto di 0,70 dollari. (riproduzione riservata)