L'euro ha pagato il conto che Washington non voleva intestare al dollaro. È questa, in sintesi, la chiave di lettura dell'intervento coordinato tra Stati Uniti e Giappone sul mercato valutario, andato in scena la scorsa settimana e ufficialmente confermato lunedì 4 agosto dal Ministero delle Finanze di Tokyo e dal Tesoro americano. Un'operazione che ha del clamoroso non tanto per la sua esistenza (gli interventi concertati non sono una novità nella storia dei cambi) quanto per la modalità con cui è stata eseguita: la Federal Reserve Bank di New York, agendo per conto del Tesoro statunitense tramite Goldman Sachs e Morgan Stanley, ha venduto euro per comprare yen. Non dollari. Euro.
La domanda che i mercati si sono posti immediatamente è stata una sola: perché Washington ha scelto di vendere euro invece di dollari per finanziare l'acquisto di yen? La risposta è di una logica brutale: il Giappone è il primo detentore estero di Treasury americani con circa 1.100 miliardi di dollari in titoli di Stato Usa nei suoi forzieri.
Lasciare che Tokyo intervenisse da sola sul mercato valutario avrebbe significato (come è avvenuto in passato) costringere il Ministero delle Finanze giapponese a vendere una quota di quei Treasury per ottenere i dollari con cui acquistare yen. Un'operazione che, nell'attuale contesto di rendimenti già sotto pressione e deficit federale americano su livelli storicamente elevati, avrebbe potuto innescare un'ondata di vendite sui titoli di Stato Usa, con conseguenze potenzialmente devastanti per i rendimenti del decennale.
La soluzione trovata da Washington è stata quella di usare le riserve in euro della Fed di New York come leva. Vendendo euro e comprando yen, il Tesoro americano ha ottenuto tre risultati simultanei: ha rafforzato lo yen, ha evitato di mettere pressione sul dollaro e soprattutto ha tolto a Tokyo qualsiasi incentivo a liquidare Treasury. L'euro, valuta di un'area economica alleata ma terza rispetto al meccanismo dollaro-yen, è diventato la variabile di aggiustamento.
Lo scenario che Washington temeva era classico: un Giappone costretto ad alzare i tassi rapidamente per difendere lo yen avrebbe potuto (come già in parte accaduto nell'estate 2024 con il carry trade) generare un un-winding massiccio delle posizioni globali, con ricadute sui mercati azionari internazionali.
Per l'area euro la vicenda ha tuttavia un retrogusto amaro. Ciò che rende questa settimana storica non è l'intervento in sé, ma la scelta della valuta di finanziamento. Per decenni la convenzione dei mercati ha assunto che le operazioni coordinate di sostegno allo yen fossero finanziate in dollari. Usare euro è una rottura del protocollo non scritta che fa nascere domande: è un precedente isolato o diventa uno strumento ricorrente? E soprattutto: quanto a lungo l'Eurozona accetterà di essere la variabile di aggiustamento delle tensioni valutarie tra la prima e la terza economia mondiale? (riproduzione riservata)