Il cambio euro-dollaro vola a 1,17 dollari per conseguenza diretta di una catena di mosse di politica valutaria orchestrate da Scott Bessent, il segretario al Tesoro americano con un passato da trader sui cambi. Per capire il rally dell'euro di questa settimana bisogna però tornare ai primi giorni di agosto, quando emerse una delle operazioni valutarie più discusse degli ultimi anni. Il Tesoro americano, in coordinamento con Tokyo, vendette euro dalle riserve statunitensi per acquistare yen.
L'obiettivo era frenare il crollo della valuta giapponese, che a luglio aveva toccato i livelli più bassi degli ultimi quarant'anni contro il dollaro. La scelta di usare gli euro (e non i dollari) come valuta di finanziamento non fu casuale. Come ha spiegato lo stesso Bessent, acquistare yen con dollari avrebbe potuto innescare un vortice pericoloso: se i giapponesi infatti avessero scaricato titoli di Stato americani per raccogliere dollari e poi acquistare yen, le conseguenze sui rendimenti del debito Usa sarebbero state potenzialmente devastanti. L'intervento coordinato di agosto ha permesso di guadagnare tempo, ma non ha risolto il problema di fondo.
I rendimenti dei Treasury a lungo termine hanno continuato a salire, trainati da tre fattori che Bessent fatica a controllare: il deficit strutturale americano (Fmi stima il rapporto deficit/Pil Usa al 7,5% nel 2026), la competizione per il capitale generata dagli investimenti nell'intelligenza artificiale, e i rischi geopolitici crescenti. È in questo contesto che si inserisce la mossa di questa settimana: il 19 agosto Bessent ha annunciato il raddoppio delle operazioni di buyback sui titoli a lungo termine, portando gli acquisti da 2 ad «almeno 4 miliardi di dollari per operazione», con focus sulla parte della curva tra 10 e 30 anni.
Il mercato ha risposto con una rapidità quasi automatica. Il Dollar Index (DXY) è crollato verso area 98,50-98,00 punti, mentre l'euro/dollaro ha aggiornato i massimi da tre mesi raggiungendo quota 1,17 dollari.
Il meccanismo è semplice: quando il Tesoro compra i propri bond, abbassa i rendimenti; rendimenti più bassi rendono i Treasury meno attraenti rispetto agli omologhi europei; i capitali ruotano verso l'euro, che si apprezza.
Mettendo insieme i due atti si delinea una strategia che, pur senza prove di un disegno unitario esplicito, presenta una coerenza interna difficile da ignorare. La vendita di euro di inizio agosto ha fornito al Tesoro americano un «margine di bilancio» nella narrativa valutaria: abbassando l'euro/dollaro dalla zona 1,16-1,17 verso i minimi di 1,1528, quella mossa ha creato spazio per il successivo rimbalzo senza che il cambio sfondasse al rialzo livelli critici. Senza quell'operazione preventiva, secondo diversi analisti, il buyback di questa settimana avrebbe potuto spingere l'eur/usd facilmente sopra 1,20 dollari, un livello che avrebbe complicato la narrativa di «dollaro forte» su cui l'amministrazione Trump ha costruito parte della sua credibilità sui mercati. (riproduzione riservata)