Con i rendimenti sulle medie scadenze in costante calo, può ancora avere senso posizionarsi sulle lunghe duration obbligazionarie. Anche se buona parte del percorso di compressione è stato fatto, andando ad erodere il potenziale sui prezzi dei bond in ottica di trading. Focalizzandoci sull’area euro, se il governativo tedesco a 10 anni rendeva il 3% nell’ottobre 2023, 6 mesi fa il 2,6%, oggi siamo arrivati al 2,2% circa; stesso percorso per il Btp italiano, passato nei medesimi frangenti temporali dal 5%, al 4% fino all’attuale 3,4% annuo circa.
Un valore prospettico ancora interessante, se si considera che le aspettative di inflazione nell’area euro si aggirano attorno al 2% per i prossimi anni, con tutti i limiti che abbiamo visto sulla reale capacità di prevedere l’inflazione futura. Peraltro, non sono una pecora nera gli analisti che oggi vedono nuovi rischi inflattivi all’orizzonte, il che permetterebbe un rallentamento del pattern di discesa degli yield di mercato e la generazione di performance principalmente determinata dalle cedole, più che dalle oscillazioni di prezzo dei bond.
CORPORATE BOND EURO IN RIALZO

Una buona parte dell’apprezzamento in conto capitale legato al percorso disinflattivo già espresso è quindi già nei prezzi dei bond, e le performance storiche degli indici di riferimento lo confermano. Il rendimento complessivo dell’indice Ftse Euro Gov bond (espressione delle emissioni governative in euro a media scadenza) è vicino al 10% da ottobre 2023 ad oggi, e il valore quasi raddoppia se si considerano i Btp italiani a medio-lunga scadenza. L’area statunitense non si è disallineata da tali dinamiche, con il T-bond a 10 anni passato dal 5% circa dell’ottobre 2023 all’attuale 4,25%, un valore ancora oggi di tutto rispetto.
Ancora più elevate le soddisfazioni per chi si è affidato al credito, in quanto oltre alla componente tasso prima descritta ha potuto godere anche di spread sotto controllo e dinamiche azionarie a favore, elementi che permettono una sovraperformance delle emissioni societarie rispetto a quelle governative.
L’indice iBoxx Euro Corporate Bond è in crescita dell’8% a 12 mesi, ma la performance sale a +12% circa se si allunga a due anni l’orizzonte, pur rimanendo in ambito investment grade. S&P prevede un tasso di default delle imprese europee con rating di grado speculativo del 4,25% entro settembre 2025, rispetto al 4,7% del settembre 2024. Le tendenze complessive del credito rimangono tutto sommato favorevoli, salvo per gli emittenti con rating bassissimi, ma il ritorno di Donald Trump alla presidenza nel 2025 accresce la probabilità di un aumento dei dazi doganali da parte degli Stati Uniti; elemento che potrebbe far salire il tasso di default verso lo scenario più pessimistico delineato da S&P, il 6% per gli high yield, se tali dazi venissero introdotti in concomitanza di un rallentamento economico in Europa. Questo è un fattore di rischio che potrebbe minare le performance attese per il credito europeo, che oggi esprime rendimenti ancora relativamente allettanti in termini aggregati, anche se non ghiotti come un anno fa.
L’indice Bloomberg Euro Corporate Bond esprime attualmente un rendimento a scadenza del 3,2% lordo annuo, su una duration di poco superiore a 4,4 anni. Per l’area statunitense si incassa invece il 5,2% lordo annuo, su duration più impegnative in quanto prossime a 8,5 anni. Ma in un contesto di default attesi in calo in ambiente ad alto rendimento, può valere ancora la pena esporsi a tale asset class. I bond europei ad alto rendimento sono in rialzo, come performance complessiva, di circa il 10% ad 1 anno, e in termini di rendimenti attesi si fotografa uno yield prossimo al 5,7% annuo lordo; che potrebbe però ridimensionarsi in base ai default che si possono verificare. L’area dollaro è ancora più generosa, con un rendimento medio a scadenza del 6,8% annuo, per chi è disposto ad assumersi il rischio di cambio.
Rimanendo in ambito di alto rendimento, gli emergenti offrono come sempre una valida alternativa per l’investitore paziente. La grande impennata dei rendimenti del 2022 ha impattato in modo importante su tali tipi di emissioni, solitamente a lunga duration, ma chi ha avuto la possibilità di posizionarsi a seguito di tale shock sta già incassando laute performance (+20% lordo da ottobre 2023 per gli indici denominati in dollari).
Gli yield oggi incorporati nell’asset class restano di tutto rispetto, prossimi al 6,7% annuo per le emissioni emergenti in dollari, su duration importanti (oltre 7 anni). Una scelta – al pari dei corporate high yield- da considerarsi come satellite in un portafoglio ben diversificato. (riproduzione riservata)