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Tornano i bond emergenti

22 luglio 2023, 02:00

Milano Finanza Intelligence Unit

Le obbligazioni emergenti stanno risorgendo dopo l’orribile 2022. Cruciale la dinamica del Treasury statunitense, ma i rendimenti a scadenza emergenti superano il 7% annuo

Tornano i bond emergenti

INDICE JPM EMBI

I bond emergenti stanno risorgendo dalle proprie ceneri, come già visto più volte in passato. Guardando alle serie storiche più datate, movimenti simili a quelli osservati lo scorso anno si erano già visti nel 1998, nel 2008, nel 2020 (Covid), ma il successivo percorso dei prezzi e dei rendimenti restituiti agli investitori racconta una storia molto chiara: la pazienza è la virtù più importante per chi investe in questa asset class. Da molto considerata una vera e propria proxy dell’azionario globale, più che una strategia associata puramente al debito di un paniere di Paesi emergenti. Come dargli torto, se la correlazione e il beta dell’indice Jpm Embi (espressione dei bond emergenti in valuta forte) rispetto all’indice azionario Msci World sono fotografati nell’ultimo lustro rispettivamente a 0,70 e 0,37. Anche estendendo al decennio passato, i numeri cambiano di poco. Tali metriche lasciano comprendere come ci sia un trend comune abbastanza forte tra i bond emergenti e le azioni mondiali, ed anche in termini di rendimenti di lungo periodo le due variabili non sono così distanti (tra il 6% e il 7% medio annuo, in dollari).

Guardando ai fondamentali, il Fmi stima una crescita del 3,8% nel 2023 per i mercati emergenti in generale, rispetto all’1,3% atteso per i mercati sviluppati, e negli anni la qualità del debito e i componenti degli indici sono cambiati. Si evidenzia, infatti, un continuo miglioramento del rating creditizio dei Paesi emergenti, e il debito in dollari, causa principale delle precedenti crisi, è diminuito notevolmente rispetto al Pil a partire dalla metà degli anni Novanta; in parallelo, il volume delle riserve valutarie è salito parecchio. Nel 2022, come sappiamo, la Russia è stata eliminata da tutti gli indici emergenti in seguito all’invasione dell’Ucraina, mentre stanno prendendo piede altri nomi, dalla Cina ai Paesi arabi, in precedenza non contemplati. Ad esempio, nell’indice JPMorgan EMBI Global Core la Cina vale il 3,7% (sale al 10% nell’indice dei bond emergenti in valuta locale), mentre Arabia Saudita e Emirati Arabi rispettivamente il 5,6% e 4,6%. Il Messico e l’Indonesia sono gli altri calibri di maggior peso, mentre la Turchia si ferma al 5% e il Brasile al 3,6%. Un tempo questi ultimi mercati avevano un peso molto più elevato.

In ottica intermarket, il dollaro a tendere dovrebbe essere più debole che negli ultimi anni per via della politica monetaria che si farà meno restrittiva, e ciò dovrebbe andare a favore di altre divise e in particolare di quelle emergenti. Il rimbalzo in atto è abbastanza consistente (+5% circa da inizio anno), ma sul medio periodo gli spazi di recupero sono ancora elevati, rispetto al massimo storico toccato dai benchmark emergenti a inizio 2021. D’altronde, gli yield in pancia sono molto elevati, sia guardando agli indici in valuta locale che espressi in dollari. Un altro elemento interessante è che, per coloro che vogliono immunizzare le oscillazioni valutarie, il costo di hedging per le emissioni in valuta forte (tipicamente dollaro) sta calando sensibilmente rispetto agli anni passati. Il divario di tassi tra area euro e Usa si è assottigliato, a beneficio di coloro che hanno in portafoglio prodotti euro-hedged.

Ma quando si parla di bond, non ha molto senso guardare alle performance passate, piuttosto di rendimenti a scadenza. Con la dovuta accortezza che sia per gli Etf che per i fondi dedicati a tale asset class, non avendo scadenza, gli yield to maturity non possono che essere indicativi. Guardando all’indice JPMorgan EMBI Global Core, che esprime oggi una duration di 7,3 anni per via della vita media residua di circa 12 anni, si parla di un rendimento medio a scadenza del portafoglio di poco superiore al 7% annuo, a fronte di una volatilità dell’11% annuo circa. Il tutto espresso in dollari Usa, mentre chi preferisce le valute locali (maggior volatilità) si deve accontentare del 6,5% annuo atteso, su duration di circa 5 anni.

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PESO MESSICANO IN RECUPERO

Infine, per gli amanti del rischio specifico le opportunità in Borsa Italiana non mancano di certo. Il vantaggio risiede in una maggior certezza del rendimento atteso, per via del rimborso a scadenza, anche se l’aleatorietà del cambio resta invariata ed anzi concentrata su una sola divisa. Tra le valute, il peso messicano in particolare sembra molto ben impostato come dinamica, ma è sempre bene dedicare a scelte così concentrate una quota marginale di portafoglio. (riproduzione riservata)



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