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Sull'oro possibile stop & go
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Sulla commodity in vista prese di profitto dopo il recente massimo a 2.203 dollari

Sull'oro possibile stop & go

MF - Numero 051 pag. 23 del 12/03/2024

Milano Finanza Intelligence Unit

I dati fondamentali e tecnici indicano un prosieguo del trend rialzista di lungo periodo. I target sono molto ambiziosi

È di nuovo febbre dell'oro tra gli operatori finanziari che hanno spinto i prezzi fino al nuovo massimo storico a 2.203 dollari l'oncia. E non sembra finita qui, almeno per quanto riguarda il trend di lungo periodo (sul breve c'è da valutare l'ipercomprato). Del resto nessun altro sottostante è in grado di suscitare reazioni primordiali come il metallo giallo. E infatti a fronte dei dati sul lavoro Usa pubblicati venerdì scorso, il prezzo dell'oro è balzato di quasi 30 dollari nell'arco di pochi minuti salvo, nell'ora successiva, tornare sul prezzo di partenza per poi terminare segnando un nuovo massimo storico. Il movimento in reazione al dato macro è stato tuttavia soltanto l'epilogo di un mini rally partito a inizio marzo da quota 2.050 dollari. Il contesto è infatti favorevole a un rialzo di medio/lungo termini che possa portare il metallo giallo ben oltre il massimo storico della scorsa settimana. Tutto questo però al netto di un possibile storno nelle prossime sedute, in grado di riassorbire l'attuale ipercomprato sulla materia prima. Al momento l'indicatore Rsi per l'oro è a 80,6 punti, ben al di sopra del limite dei 70 punti comunemente identificato come soglia limite per l'eccesso di acquisti. Un ribasso delle quotazioni, magari fino a 2.100 dollari, potrebbe tra l'altro consentire a chi ha perso il trend di rientrare in corsa. Una discesa sotto i 2.000 dollari andrebbe invece ad annullare il segnale rialzista, un caso però che sulla carta non è contemplato perché sia gli aspetti fondamentali che quelli tecnici, indicano un proseguimento del trend in atto.

Per quanto riguarda gli aspetti fondamentali, sono due i driver che oggi muovono il prezzo dell'oro: il possibile ribasso dei tassi Usa e gli acquisti di oro fisico da parte di banche centrali come quelle cinese e indiana. La politica monetaria della Fed in particolare ha effetti sul dollaro: se la banca centrale taglia i tassi il biglietto verde si svaluta e quindi l'oro (quotato in dollari) risulta più conveniente. Sovrapponendo i grafici del Dollar Index a quello dell'oro si nota subito la correlazione inversa tra i due sottostanti: il metallo ha marzo si è apprezzato, mentre il Dollar Index è sceso da 104 a 102,4 punti, salvo recuperare qualcosa ieri e chiudere a 102,8 punti.

Al momento sembra che l'inflazione non sia lontana dal target e in teoria questo apre la strada a un taglio dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve. Il gobernatore Jerome Powell al Congresso ha dichiarato che la Fed è soddisfatta dei recenti dati sull'inflazione, ma vuole ulteriori elementi che confermino il trend verso il 2% prima di decidere il primo taglio dei tassi. In quest'ottica i dati sull'occupazione erano esattamente ciò che la Fed sperava di vedere, ovvero un'economia Usa in rallentamento ma a un ritmo che prefiguri un atterraggio morbido. A oggi la probabilità che la Federal Reserve non tagli i tassi a marzo è del 99% e del 80,2% a maggio, indicazioni che cambiano invece drasticamente con la riunione di giugno: a quel punto si stima il primo taglio tassi con una probabilità del 60%. E l'oro si sta semplicemente allineando a queste aspettative. L'altra questione che a livello di fondamentali tiene alti i prezzi sono gli acquisti di oro fisico che le banche centrali di tutto il mondo stanno facendo. A dicembre le riserve auree della Cina sono aumentate per il 14° mese consecutivo, raggiungendo i 71,87 milioni di once dai 71,58 milioni di once del mese precedente.

A tutto ciò va poi aggiunto il fattore tecnico da cui una buona operatività non può prescindere. Analizzando graficamente l'andamento dei prezzi del metallo giallo con un orizzonte di lungo periodo, per esempio mensile, si nota una figura tecnica detta tazza con manico. La figura può apparire poco nitida, specie per quanto riguarda gli spike rialzisti registrati ad aprile 2020, marzo 2022 e maggio 2023 che non avrebbero dovuto superare i massimi del settembre 2011 a 1.923 dollari l'oncia, come invece accaduto. Su un orizzonte temporale così ampio però, qualche piccola sbavatura è però ammessa. E, se i prezzi dell'oro rimarranno al di sopra dei 2.000 dollari per tutto marzo, la famosa tazza con manico potrebbe sviluppare tutto il suo potenziale, con un possibile target (di lungo periodo) anche a 2.600 dollari. Analizzando l'andamento dell'oro dal 2020 si nota poi che il manico della tazza è un testa e spalle rovesciato che però proietta il suo target solo a 2.400 dollari l'oncia. Insomma, comunque lo si guardi, l'oro appare destinato a continuare la salita e i trader non hanno intenzione di farsi sfuggire l'occasione.

L'operatività sull'oro si può affrontare in molti modi, dal future quotato sul Cme, che però per un contratto pieno comporta un margine anche di 7.500 euro, mentre per il contratto mini, più abbordabile, ne bastano 2 mila, cifre comunque cospicue, cui vanno aggiunte le commissioni di ingresso e uscita dalla posizione che per i retail spaziano da 4/5 euro fino a 20 euro a seconda del broker. In alternativa è possibile ricorrere ai Cfd che, anche se quotati su mercati ufficiali, ormai mostrano un grado di efficienza sui prezzi molto alto. Il vantaggio è che non richiedono la marginazione e che le commissioni rientrano nello spread tra denaro e lettera. In ultimo, chi non volesse subire troppa volatilità può avvalersi degli Etc con sottostante l'oro fisico, che hanno un costo Ter intorno allo 0,40%. (riproduzione riservata)



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