Pesante deterioramento della configurazione grafica del dollaro neozelandese (Nzd) contro il dollaro americano (Usd). Il cambio Nzd/Usd, nel finale di settimana, è andato a rompere a ribasso l’importante supporto di 0,58 dollari, aprendo la strada verso i minimi dell’anno di quota 0,56 dollari. Se c’era qualche forex trader titubante, la rottura ha spazzato via ogni dubbio su quale sia la preda delle prossime settimane sul valutario. Il dollaro neozelandese (detto Kiwi) si trova tra l’incudine e il martello: da una parte c’è una situazione tecnica sul cambio con un evidente segnale short mentre dall’altra, c’è una situazione fondamentale in sofferenza.
Per comprenderne le cause di quest’ultima bisogna guardare ad alcuni fattori: la politica monetaria della Reserve Bank of New Zealand (RBNZ), il confronto con la traiettoria della banca centrale australiana e, infine, il ruolo della forza del dollaro americano sui mercati globali. La Rbnz, di fronte a un rallentamento dell’economia e a pressioni inflazionistiche ormai più contenute, si prepara ad avviare un ciclo di tagli dei tassi di interesse. I mercati hanno già scontato la possibilità che il costo del denaro scenda verso il 2,75% entro metà del prossimo anno, con alcuni analisti che non escludono interventi ancora più incisivi. Una prospettiva di questo tipo riduce l’attrattiva degli asset denominati in Nzd, perché offre rendimenti inferiori rispetto ad altri paesi. Ne consegue una diminuzione della domanda di valuta locale e, quindi, un indebolimento del tasso di cambio. La situazione appare ancora più sfavorevole per il Kiwi se paragonata con quella australiana (l’altra oceanica). La Reserve Bank of Australia (Rba) ha adottato un approccio più cauto: l’inflazione resta sotto controllo e, al momento, i mercati non si aspettano tagli immediati dei tassi. Anzi, i rendimenti dei titoli di Stato australiani hanno mostrato una certa tenuta, premiando la moneta locale. Questa divergenza ha portato il dollaro australiano a rafforzarsi nei confronti del neozelandese, con il cambio Aud/Nzd salito ai massimi da tre anni. In termini semplici, gli investitori preferiscono parcheggiare i capitali in Australia piuttosto che in Nuova Zelanda, dato che lì trovano un ritorno potenzialmente più alto e minori rischi di svalutazione.
Il dollaro Usa rimane sempre il dollaro Usa
L’altro elemento è di natura globale. Gli Stati Uniti stanno mostrando una sorprendente resilienza economica, con dati macro solidi e un’inflazione che costringe la Federal Reserve a mantenere una linea restrittiva più a lungo di quanto previsto. Questo ha spinto i rendimenti dei Treasury statunitensi verso l’alto e rafforzato il dollaro americano. Per valute considerate più <rischiose> e legate al ciclo globale, come il Kiwi e l’Aussie, il contesto è diventato più difficile. Il dollaro neozelandese, in particolare, risente della maggiore sensibilità agli umori del mercato: quando prevale l’avversione al rischio, gli investitori tendono a vendere Nzd e rifugiarsi nel biglietto verde. (riproduzione riservata)