La partita sul dollaro/yen non è certo finita, ma sta prendendo una brutta piega per il governatore della Bank of Japan, Haruiko Kuroda. In gioco ci sono la credibilità dello yen, della banca centrale e del governatore e purtroppo, a oggi, nessuna delle tre ne sta uscendo bene. A festeggiare sono invece i trader valutari che stanno portando avanti uno short storico sulla moneta nipponica.
Ma partiamo dal principio. Il Giappone ha sempre avuto una politica monetaria molto accomodante, tanto da essere storicamente il soggetto preferito dagli investitori internazionali per prendere a prestito soldi da utilizzare nelle strategie di carry trade (prendere denaro a prestito dove i tassi sono bassi per investirli nei paesi con tassi d'interesse più alti). Questa strategia è stata il mantra di molti operatori fino a dieci anni fa, quando poi, la politica mondiale dei tassi a zero, non l'ha più permessa. Con l'arrivo dell'inflazione, alla fine del 2021, le banche centrali di tutto il mondo, capitanate dalla Federal Reserve, hanno però deciso pr una stretta monetaria. Il Giappone tuttavia è rimasto fermo sulla strategia dei tassi bassi (o persino negativi nel suo caso), non avendo il problema di una crescita selvaggia dell'inflazione come in altri paesi ed è proprio qui che è cominciato il cortocircuito che ha portato a questa situazione.
Con il rialzo dei tassi in Usa anche il dollaro americano ha cominciato ad apprezzarsi rispetto al resto delle valute mondiali. Ma, con tempistiche diverse, anche le altre principali banche centrali hanno cominciato a stringere i cordoni, dando a loro volta forza alle proprie valute. Il meccanismo è abbastanza semplice, più si alzano i tassi e più salgono i rendimenti, attraendo i compratori verso i Treasury americani, complice la debolezza delle borse dopo dieci anni in corsa. La richiesta ha fatto così salire la domanda di dollari che in automatico ha fatto apprezzare il biglietto verde. La questione è che tutti hanno cominciato a seguire la nuova impostazione della Fed, tranne appunto la Bank of Japan che invece ha continuato sia con la politica dei tassi a zero, sia con il quantitative easing.
Il disallineamento delle politiche monetarie tra Usa e Giappone non ha creato problemi fino a marzo 2021 con il dollaro/yen che viaggiava a ridosso dell'area di 115 yen. A inizio aprile, con la violazione rialzista della resistenza statica di area 116 yen, l'eurilibrio si è rotto. Da quel momento il dollaro/yen non ha fatto altro che salire, tanto da raggiungere a metà luglio quota 139 yen. Tolto un fisiologico storno nella seconda metà di luglio, che ha riportato le contrattazioni in area 130 yen, il rafforzamento del dollaro con contestuale indebolimento dello yen, è proseguito fino ad arrivare a 146 yen il 22 settembre scorso. A quel punto Bank of Japan ha voluto dare un segnale ai forex trader intervenendo direttamente sul mercato dei cambi con la vendita di dollari (si dice oltre 20 miliardi). La decisione ha procurato un terremoto sul cambio con una discesa di ben sei figure in un volta sola da 146 yen al minimo di 140 yen. Con questa tattica il governatore Kuroda era sicuro di spaventare i forex trader e farli desistere dal vendere yen. Ma ha funzionato per poco. Dopodiché la banca centrale ha continuato a minacciare che non avrebbe più tollerato la speculazione, mentre i trader hanno continuato a sfidarla facendo salire il dollaro/yen.
Il cambio ha così superato nuovamente l'area dei 146 yen ed è arrivato a toccare venerdì scorso i 152 yen prima che la BoJ rientrasse nuovamente sul mercato con altre vendite di dollari. Come a settembre l'effetto è stato significativo, con una discesa di 600 punti che ha riportato le quotazioni sui 146 yen. Ma stavolta i trader hanno ricominciato subito a comprare dollari, facendo chiudere il cambio a 147,6 yen al termine della settimana. Con la riapertura del forex nelle contrattazioni asiatiche di domenica notte, i trader hanno ricominciato a mettere pressione sullo yen, innescando in piena notte una nuova ondata di vendite di dollari.
Difficile dire se quest'ultimo intervento è stato ancora opera della BoJ o di qualche istituzionale che ha voluto bruciare gli stop loss degli operatori, ma in ogni caso ha trasformato il cambio tra dollaro e yen in un vero campo di battaglia. Per le prossime sedute ci si attende un minimo di stabilità a ridosso dei 149 yen, ma dovrebbe durare poco perché in vista di un altro aumento dei tassi d'interesse americano, in calendario nella riunione del 2 novembre, gli speculatori torneranno all'attacco.
In una situazione del genere l'operatività long è da preferire con operazioni di taglio molto ridotto proprio per il rischio di intervento della banca centrale. Tuttavia con un ammontare ristretto il target posizionato a 160 yen (riferito ai massimo del 1990) potrebbe essere allettante. Da inserire più livelli di stop loss, senza limitarsi a mettere il fermo dell'operazione su uno solo: il rischio di salti di prezzo è molto concreto. (riproduzione riservata