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Sell-off, listini in bilico in attesa del vaccino. Ma non in Asia, più attenti alla vittoria di Biden

di Massimo Brambilla
31 ottobre 2020, 00:05

Milano Finanza Intelligence Unit

La seconda ondata di Covid abbatte gli indici europei. Wall Street abbozza una figura ribassista di doppio massimo, tutta da verificare dopo le elezioni Usa. Dall’alto, gli indici asiatici si limitano a osservare

Sell-off, listini in bilico in attesa del vaccino. Ma non in Asia, più attenti alla vittoria di Biden

La Bce farà di più entro dicembre. Questa è l’unica buona notizia in una settimana che ha visto i mercati travolti dalla seconda ondata d’epidemia, più cruenta del previsto, con epicentro proprio nell’Europa costretta a nuovi lockdown più o meno parziali. L’istituto di Francoforte ha lasciato intendere che tra novembre e dicembre potrebbe verosimilmente aumentare il quantitative easing emergenziale (Pepp) di 400-500 miliardi, secondo le attese di mercato, ed estenderne la durata fino al termine del 2021, oltre ad ampliare le operazioni Tltro verso le banche. Prospettiva che ha interrotto momentaneamente la caduta dei listini europei, facendo scivolare l’euro contro dollaro di quasi una figura, da 1,175 a 1,166, mentre non ha sortito effetti sullo spread Btp-Bund.

I settori più penalizzati in borsa dalla seconda ondata dell’epidemia sono quelli più sensibili alle nuove restrizioni alla mobilità, come il comparto petrolifero, quello dei viaggi e intrattenimento, il settore finanziario, le risorse e i materiali di base. Mentre la tecnologia, e ovviamente il comparto della salute, si dimostrano ancora i più resilienti, fino a quando non si inserirà una rotazione settoriale di più ampio respiro. In questo contesto gli indici europei hanno rotto verso il basso l’ampia fascia di oscillazione estiva tornando sui livelli di inizio maggio e potrebbero perdere ulteriore terreno in assenza di notizie forti sul vaccino: per il Ftse Mib il primo sostegno di buona consistenza è osservabile a quota 16.500, sotto il quale si trovano i minimi di marzo segnati in area 15.000-14.150 punti.

Negli Stati Uniti la vittoria di Joe Biden è data quasi certa, anche se i pronostici possono essere smentiti dalle urne come ha insegnato l’elezione a sorpresa di Donald Trump: in settimana la quota delle società di betting, depurata dei margini dei bookmaker, assegna mediamente il 64,6% di probabilità di successo al candidato democratico contro il 35,4% a favore di Donald Trump, una distanza che parrebbe enorme per essere colmata sul filo di lana. Ma potenzialmente tale da allontanare lo scenario di verifica dei voti che, allungando il tempo d’incertezza, è quello meno gradito ai mercati. In dubbio anche il controllo del Senato: se anche questo andrà ai democratici, allora alle infrastrutture e alle energie rinnovabili, e più in generale ai settori della green economy, si affiancheranno la sanità e la salute tra i temi più favoriti a Wall Street, mentre la tecnologia, i finanziari e l’oil lo sarebbero meno. Se invece il controllo del Senato sarà repubblicano, smorzando la forza di un'eventuale nuova Amministrazione democratica, allora si affiancheranno i comparti dedicati ai beni di consumo, sia discrezionali che di base, favorendo anche gli investimenti azionari e obbligazionari nei Paesi emergenti.

In ogni caso le elezioni rimuoveranno un importante fattore di incertezza: nella settimana appena conclusa, complice anche la delusione sul ritardo del secondo grande pacchetto fiscale di aiuti all’economia nell’ordine di 2mila miliardi di dollari, l’S&P500 è tornato al test con il minimo del 24 settembre segnato a quota 3.200, al di sotto del quale si potrebbe profilare una figura ribassista di doppio massimo (storico) con un obiettivo teorico di ribasso fino a 2.850 punti, riportando l’indice al livello di metà maggio. Questo scenario di breve assumerebbe consistenza solo se il Nasdaq facesse altrettanto, cosa che eventualmente avverrebbe in un momento successivo fungendo da utile cartina di tornasole : per l’indice tecnologico il punto di minimo compreso tra i due massimi storici del 2 settembre e del 12 ottobre passa a quota 10.500, quindi un po’ più distante rispetto all’S&P500, e l’eventuale cedimento aprirebbe spazi di discesa fino a 9.000 punti, livello di inizio maggio.

Un’ipotesi che al momento non è data come la più probabile, vista anche la discesa di soli due punti percentuali registrata in ottobre dall’Investor Confidence Index appena aggiornato  da State Street Global Markets, mentre la propensione al rischio degli investitori europei è caduta del 15,8% nel mese appena concluso. L’indice si è invece mosso al rialzo dell’8,5% in riferimento alla fiducia degli investitori asiatici, tant’è che il Nikkei giapponese si muove impassibile a ridosso dei livelli pre-Covid e il Csi300 cinese rimane ancorato ai massimi degli ultimi anni segnati il 13 luglio, che sono più alti del 15,5% rispetto al record toccato a inizio 2020. (riproduzione riservata)

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