Momento molto favorevole per chi vuole tornare a operare sulle materie prime del settore energia, petrolio e gas naturale su tutti. Le tensioni sul greggio in vista della prossima riunione dell’Opec+, in calendario i prossimi 5 e 6 dicembre a Vienna, e le indiscrezioni sul nuovo gasdotto Russia/Cina (confermate ieri), hanno dato notevole volatilità alle commodity del settore già dalla fine della settimana scorsa. La condizione è estremamente accattivante per i trader di materie prime che in genere si guardano bene dall’investire nel medio termine, ma ben si trovano invece nel mordi e fuggi intraday.
Partendo dal petrolio, la settimana appena cominciata sarà una delle più incerte per la materia prima a causa come accennato della riunione del cartello dell’Opec con la partecipazione della Russia. La decisione dei membri dell’alleanza non è per nulla scontata nonostante le previsioni del consensus che indicano uno status quo della capacità estrattiva giornaliera (ridotta da dicembre 2017 di 1,2 milioni di barili al giorno). Il nodo riguarda soprattutto la produzione 2020 dei paesi extra Opec, in particolare quella statunitense che, stando alle previsioni del segretario generale del cartello Mohammad Barkindo, dovrebbe subire una brusca contrazione. Che il secondo shale oil boom sia al termine non è un segreto: l’Agenzia dell’Energia Americana (Eia) ha già ammesso che nel 2020 la produzione potrebbe raggiungere il suo plateau. Ciò però non significa che la capacità produttiva degli Stati Uniti non sia in grado di coprire eventuali altri tagli di produzione.
Le analisi dei dati sulla produzione americana variano e questo sta confondendo gli operatori che traducono il tutto in sedute di borsa nervose. Un esempio lampante è stata la giornata di venerdì 29 novembre, con il petrolio crollato di oltre 4%, passando da 58,10 dollari a un minimo di 55,2 dollari per una cattiva interpretazione di un report Reuters (complice la scarsa presenza sui desk degli operatori americani, causa vacanze del Ringraziamento). Anche se con minor escursione tra minimo e massimo, non è stata da meno la seduta di ieri, lunedì 1° dicembre. Il Wti americano ha prima registrato un movimento rialzista, che ha riportato le quotazioni sui 56,7 dollari, per poi muoversi in un trend laterale abbastanza ampio (nell’ordine dei 30-40 centesimi) e infine scendere repentinamente fino a un minimo a 55,60 dollari. E le prossime sedute si preannunciano altrettanto interessanti e volatili. Per questo lanciarsi in previsioni è difficile: meglio sfruttare le tendenze intraday.
I trader che vogliono lavorare con i future americani quotati sul Cme devono considerare una marginazione superiore ai 5 mila dollari (a seconda del prezzo del sottostante) solo per poter muovere un singolo contratto di greggio. Ci sono poi ovviamente anche le commissioni di ingresso e uscita che dipendono dalla frequenza delle operazioni svolte e che possono andare da 1,5 dollari fino a 5 dollari. Oltre ai future c’è la possibilità di usare gli Etc, anche se questo tipo di strumenti non si presta bene all’operatività intraday. Il costo di un Etc varia a seconda del prodotto e dell’emittente, ma si può approssimare allo 0,30-0,50% annuo dell’ammontare investito. Se poi si desidera avere una copertura dal rischio di cambio (in caso d’investitore in euro rispetto al prodotto quotato in dollaro), occorre considerare un buon 2,5% in più.
E il costo sale ancora di più se si scelgono prodotti a leva. Per l’attuale condizione di mercato, e per un’operatività intraday, è forse più indicato l’uso dei Cfd, strumenti non regolamentati ma che ormai hanno raggiunto un grado di efficienza abbastanza soddisfacente. I broker di Cfd consentono di impiegare un contratto sul petrolio utilizzando una marginazione minore rispetto ai future, nell’ordine dei 500 dollari se si usa tutta la leva messa a disposizione dalle norme Esma (leva massima a 10). L’uso migliore che un trader può fare della leva è però quello di frazionare i propri investimenti su diversi sottostanti, utilizzando il capitale che altrimenti si avrebbe a disposizione per un solo prodotto, senza usare dunque la leva massima su un solo sottostante. Le commissioni sui Cfd sono integrate nello spread tra il primo prezzo in denaro e il primo in lettera e spesso sono variano in maniera proporzionale ai volumi sul mercato. Indicativamente si possono quantificare in un minimo di 5-10 dollari contro un massimo di 30 dollari.
L’altra materia prima del settore energia sotto i riflettori è il gas naturale, il quale è in piena tendenza negativa da ormai lo scorso 5 novembre, con un prezzo sceso da 2,9 dollari ai 2,32 dollari di ieri lunedì 2 dicembre. A stupire gli operatori però è stata la seduta di venerdì 29 novembre, quando il Nat Gas ha registrato una perdita di quasi il 10%. È vero che si tratta di una commodity che ben si presta a escursioni di prezzo notevoli, ma questa è stata straordinaria, soprattutto per la mancanza di motivazioni alla base. Gli specialisti impuntano il forte calo alla mancanza di operatori sul book a causa del periodo festivo negli Usa, anche se il ragionamento stona con il mancato rimbalzo nella seduta di ieri (come avvenuto in parte sul greggio). Il ribasso potrebbe essere da imputare alle indiscrezioni ventilate già venerdì scorso e confermate ieri riguardo al nuovo gasdotto da 3 mila chilometri che sarà costruito tra Russia e Cina.
Il gasdotto dovrebbe raggiungere la sua piena capacità di 38 miliardi di metri cubi (bcm) all’anno entro il 2025, aumentando le capacità di esportazione della Russia di circa il 30% rispetto a oggi, fattore che ha influenzato negativamente le già magre aspettative di un rialzo dei prezzi causato dal surplus di offerta mondiale che sta colpendo il comparto del Natural Gas. Il ragionamento sugli strumenti da utilizzare per operare su questa materia prima è simile a quello fatto per il petrolio (con le dovute variazioni di costi e margini), anche se l’operatività è da sconsigliare ai neofiti che spesso sul Nat Gas si avventurano addirittura con prodotti a leva. (riproduzione riservata)