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Sono stati decimati dai nuovi frazionamenti delle azioni, Introdotti da un anno

Scalper affondati dai nuovi tick

15 gennaio 2019, 02:00 Ultimo aggiornamento: 30 gennaio 2019, 12:26

Milano Finanza Intelligence Unit

Colpito anche chi ricorre a trading system perché potrebbe non vedere eseguiti gli ordini inseriti Gli heavy trader hanno ridotto o abbandonato il trading sui titoli. Le alternative per limitare i danni

Scalper affondati dai nuovi tick

È passato un anno dall’introduzione della nuova normativa sul tick minimo delle azioni e, come ampiamente previsto, la riforma ha inciso sull’operatività dei trader e sui volumi di scambio del mercato italiano. In negativo. Un esempio su tutti lo forniscono i conti di Directa sim, storico e importante broker italiano. È infatti del 10% il calo del numero di eseguiti sul mercato azionario accusato dal player italiano nel 2018, eseguiti che si sono fermati a attestati a 1,63 milioni rispetto a quota 1,82 milioni dell’anno precedente. «Il 2018 è stato un anno piuttosto deludente, soprattutto a seguito della riduzione del tick di Borsa che ha penalizzato l’operatività dei clienti più attivi sul mercato italiano», ha spiegato Mario Fabbri, amministratore delegato di Directa sim, «risultato reso più amaro dal fatto che risulta l’unica voce in contrazione». Sul mercato americano infatti l’aumento degli eseguiti è stato del 30%, e in aumento sono risultati anche il numero di contratti future/Cfd sui mercati Idem/Cme/ Eurex, e gli ordini forex sul mercato LMax (+1,8%). «In effetti, come mi aspettavo, la revisione del tick minimo ha impattato sulla mia operatività di scalper», ha confermato Paolo Serafini, uno dei day trader più attivi sul mercato italiano. «Basta pensare ai titoli che hanno una size minima obbligatoria per entrare o peggio ancora a quelli che a mercato aperto oscillano al di sopra o al di sotto dei parametri espressi nella tabella di riferimento, variando in corsa il tick minimo».

Proprio la tabella di riferimento dei tick minimi (purtroppo non così conosciuta come dovrebbe) è il cuore pulsante della riforma. Ricordiamo perciò che a inizio anno per ogni azione Borsa Italiana definisce la categoria di appartenenza (da A a F) in base al numero medio giornaliero di operazioni effettuate. Ad esempio, nella categoria A rientrano le azioni che in media registrano tra 0 e 10 operazioni, nella categoria B tra 10 e 80, nella C tra 80 e 600, nella D tra 600 e 2000, nella E tra 2000 e 9000, mentre nella F si va da 9 mila in su. La sola categoria non basta però a determinare la dimensione minima dei tick di un’azione: occorre infatti incrociarla l’intervallo di prezzo in cui si trova. Per esempio il titolo Eni, che ieri ha chiuso a 14,12 euro (quindi nell’intervallo tra 10 e 20 euro) e che in media supera i 9 mila eseguiti, avrà un tick minimo di 0,002 euro. Il che equivale a dire che il tick successivo (a rialzo) per Eni dopo 14,1200 sarà 14,1220. Insomma una complicazione che i trader italiani avrebbero evitato volentieri e che Borsa Italiana motiva con il solito «ci siamo uniformati alle norme Ue», ma che forse deriva dal desiderio di non perdere i volumi (e le commissioni) generati dall’High Frequency Trading (oltre il 70% degli scambi totali sui titoli), le macchinette che più il tick è piccolo, più fanno operazioni.

Ad ogni modo dura lex, sed lex e quindi o si abbandona l’operatività o si trova un’alternativa. L’unico modo per gli scalper di sopravvivere è infatti cambiare il modo di operare, allargando ad esempio l’orizzonte temporale, riducendo la size media delle operazioni, o ancora scegliendo titoli che non hanno un prezzo vicino al limite di un intervallo (e che quindi potrebbero vedersi cambiare il tick in corsa) oppure cambiando direttamente il mercato su cui operare. «In effetti ho più che dimezzato la mia operatività rispetto a quando era in vigore il vecchio regolamento del tick», ha concluso Serafini, «e così come me, molti dei più attivi trader italiani hanno abbandonato lo scalping sul mercato azionario italiano per passare ad operare sull’obbligazionario o sui future». La tendenza è infatti quella di prediligere altri strumenti rispetto ai titoli, ad esempio i derivati, andando però ad aumentare il livello di rischiosità e andando a intaccare ancora di più l’ammontare totale scambiato ogni giorno su Piazza Affari. Un vero peccato perché si tratta di volumi che avevano già subito un’enorme riduzione con l’introduzione della Tobin Tax. Ma questa è un’altra storia. (riproduzione riservata)



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