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A questa attività Webank dedica un convegno in programma il 7 e l’8 settembre

Salgono i volumi sui certificates

MF - Numero 168 pag. 15 del 29/08/2017

Milano Finanza Intelligence Unit

Molti i vantaggi, che vanno dalla favorevole tassazione alla duttilità dei payoff nelle varie situazioni di mercato fino alla switch to recovery. E nel 2018 arriverà la nuova disciplina

C’è una categoria di prodotti finanziari la cui appetibilità per gli investitori non smette di crescere: i certificati. Il settore è nato più di 10 anni fa piuttosto in sordina ma in breve tempo è riuscito ad attrarre sempre maggiori flussi di capitali. Nel 2017 i certificati hanno scambiato in media 1,45 miliardi di euro al mese sul Sedex (ex covered warrant) e a cui bisogna sommare i quasi 700 milioni di euro trattati su Cert–X, l’altra grande piattaforma di scambio di Borsa Italiana. Un business da 2 miliardi al mese cui nessuno vuole rinunciare. Finita la pausa estiva, il fitto calendario di eventi dedicati all’educazione finanziaria in Italia torna a girare a pieno regime, con Webank a fare da apripista sui certificati il prossimo 7 e 8 settembre a Milano, nella sede di via Massaua 6. «In realtà le nostre iniziative sull’educazione finanziaria hanno luogo tutto l’anno e coprono molti argomenti di interesse per risparmiatori e investitori», spiega Davide Ferretti di Webank (Gruppo Banco Bpm). «In media, tra tutte le iniziative, arriviamo a fare anche 200 incontri l’anno».

Nello specifico però la banca on line del gruppo Banco Bpm, in collaborazione con l’Acepi (l’associazione italiana certificati e prodotti d’investimento), terrà una due giorni sull’argomento che presenterà ai partecipanti i certificati, da cosa sono alle strategie operative sui singoli prodotti. «L’idea di fare un percorso conoscitivo sui certificati ci è arrivata dai risparmiatori», continua Ferretti «che ci hanno manifestato l’esigenza di formazione su questo argomento». Il crescente interesse verso questi prodotti è dovuto a molti fattori. Anzitutto la loro eterogeneità. Esistono infatti molti tipi di certificati che rispondono a vari gradi di obiettivi e propensione al rischio. «Ci sono investitori che non amano il rischio e puntano dunque a prodotti a capitale completamente protetto» spiega Giovanna Zanotti, direttore scientifico dell’Acepi, «ci sono quelli che si vogliono prendere un po’ di rischio e scelgono prodotti che offrono cedole, magari a determinate condizioni, o quello che vuole prendersi tanto rischio e va sui prodotti a leva». Se l’obiettivo è ottenere un flusso cedolare, si scelgono i cash collect, se si vuole investire con la leva si scelgono i leva fissa, se si vuole coprire un portafoglio azionario si può optare per un mini short e così via. Una caratteristica che viene presa poco in considerazione è invece la duttilità dei payoff, la capacità di adattarsi alle diverse condizioni di mercato.

«Se io compro un’azione o un bond punto a una evoluzione direzionale del sottostante» continua Zanotti «cioè compro un’azione, se sale bene e se scende male, ma se il mercato va in laterale cosa faccio? Alcuni certificati hanno dei payoff anche su mercati stabili e con bassa volatilità». Altro elemento portante dell’interesse verso questi prodotti è il trattamento fiscale. Quelli generati dai certificati sono da considerarsi redditi diversi e per questo sono tassati del 26% sul capital gain (dal 1 luglio 2014, in luogo del precedente 20%), con possibilità di compensazione delle minusvalenze maturate. Sono soggetti alla Tobin Tax ma in modo molto leggero (quasi a impatto zero) in confronto alle azioni. Praticamente se voglio investire un controvalore di 8 mila euro in certificati (acquistando 80 certificati al prezzo di 100 euro) sarò soggetto a un’imposta di 0,075 euro che si riduce a 0,015 euro se il certificato è quotato. Un investimento con controvalore di 80 mila euro avrà invece una Tobin Tax di 0,75 euro (0,15 euro se certificato è quotato). Interessanti per l’investitore poi, alcune finezze strutturali di alcuni prodotti che consentono di utilizzare un determinato tipo di certificato per aggirare la Tobin Tax sulle azioni. In pratica, se voglio acquistare Eni senza pagare la Tobin mi basterà andare a cercare un bonus certificate su Eni che ha già colpito la barriera e che dunque, per caratteristica, replicherà semplicemente il corso di borsa dell’azione Eni.

Viene chiamata efficienza fiscale. C’è poi la possibilità di fare lo switch to recovery, ma è una pratica riservata agli investitori più evoluti. Funziona così: se ho una perdita, per esempio sull’azione Eni, del 20%, c’è la possibilità di andare a scegliere un certificato bonus già in essere e che magari ha un prezzo di 70 euro (invece che i canonici 100 euro al momento del collocamento) perché si trova vicino alla barriera (che se toccata annullerebbe il bonus). Ci saranno così due possibilità, se l’azione non tocca la barriera e il certificato giunge a scadenza indenne, mi verrà ridato il prezzo di collocamento più il bonus (che magari è di 17-18 punti). Se invece l’azione continuerà a scendere e toccherà la barriera, perderò la possibilità di avere il bonus, con una perdita più contenuta sul prezzo del certificato. In ultimo, c’è un altro punto a favore dei certificati: la trasparenza. Essendo prodotti quotati sono soggetti alle varie autorità di controllo dei mercati finanziari, e non solo. Dal prossimo 1 gennaio 2018, cambierà il quadro normativo dei mercati finanziari con la Mifid 2 e verranno introdotte nuove regole come quelle sui prodotti derivati Prip (Packaged retail investment products). Chiunque emetta dei Prip dovrà redigere un documento di sole tre pagine contenente tutte le informazioni chiave per gli investitori (Key Information Document, Kid) che non saranno più sparse nelle 300 pagine del prospetto informativo dei prodotti finanziari. (riproduzione riservata)



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