La tanto attesa quotazione del gigante saudita Saudi Aramco e il buon andamento delle trattative Usa/Cina sui dazi danno slancio a petrolio e titoli del comparto oil. Ma solo per poco. La prima infatti, anche se ridimensionata (solo l’1-2% del capitale viene messo sul mercato), è una notizia positiva per il settore petrolifero, mentre l’altra scongiura il rischio di recessione mondiale. Ma si tratta comunque di fattori positivi nel breve-medio periodo perché sul lungo termine i fondamentali non sono cambiati.
Tanto è bastato in ogni caso ai trader per salire sul carro dei rialzisti, sia sul future del Wti sia sui titoli italiani legati al comparto energy. Il future sul greggio, quotato negli Stati Uniti sul Nymex, ieri ha guadagnato circa il 2% andando a chiudere a 57 dollari, ma la performance sale al 6% se si conta anche la seduta del 1° novembre. Con l’ultimo rally è anche venuta meno una resistenza dinamica importante. La rottura della trend line partita con il massimo relativo di ottobre 2018 ha invertito l’impostazione del petrolio, mettendo nel mirino degli operatori quell’area dei 60 dollari al barile che fino a qualche giorno fa sembrava una chimera.
Entrare sul mercato con un derivato o con un Etc (ce ne sono molti dedicati solo al greggio) potrebbe essere ancora interessante anche se, nella situazione attuale, il punto d’ingresso di un’operazione rialzista sul petrolio sarebbe il ri-test della resistenza dinamica infranta. Tecnicamente dopo una violazione a rialzo il sottostante sfoga il movimento iniziale per poi tornare sul precedente punto di rottura e ripartire nella direzione di rottura. Questo perché i primi trader che hanno preso il movimento iniziale decidono di prendere profitto, facendo scendere di conseguenza il prezzo del sottostante. Se dovesse accadere (ma non è detto che accada), il ritorno sui 56,2 dollari al barile costituirebbe un’ottima opportunità per rientrare sul mercato. Il vantaggio è anche quello di poter mettere uno stop loss abbastanza stretto, nella fattispecie a 55,70 dollari. Chi non vuole usare future o etc può puntare sulle azioni italiane del comparto oil/energy.
Prendendo Eni ad esempio, la regina del listino italiano, si può notare come la chiusura di ieri a 14,008 euro (+2,2%) sia ancora al di sotto della resistenza dinamica di breve termine che il petrolio invece ha già rotto. L’incrocio con questa barriera è individuabile a 14,10 euro circa e il target successivo, dopo la rottura, si trova a 14,25 euro prima e a 14,5 euro dopo. Stop loss in caso di discesa sotto quota 13,75 euro. L’investimento su Eni risulta interessante soprattutto perché si tratta di un titolo che non scende sotto i 13 euro da due anni e mezzo e che soprattutto elargisce un dividendo di tutto rispetto. Gli altri due titoli del listino principale legati al settore oil/energy sono Saipem e Tenaris. Entrambi hanno beneficiato di una fase rialzista che però, almeno inizialmente, risulta slegata dalla questione dazi e Saudi Aramco. Per quanto riguarda Saipem, il rally è partito grazie alla tenuta del supporto statico a 4 euro toccato con il minimo del 31 ottobre scorso.
Quest’area rappresentava una barriera molto importante la cui rottura avrebbe scatenato una fase discendente di medio termine che avrebbe portato verso i minimi segnati a inizio giugno a 3,80 euro. La tenuta dei 4 euro ha fatto da base di ripartenza per la corsa rialzista partita il 1° novembre sulla scia della parole distensive del presidente Usa Donald Trump sui dazi. Meno interessante l’investimento su Saipem in quanto nelle ultime due sedute il titolo ha già corso tanto e perché ieri ha aperto con un gap up che nelle prossime giornate potrebbe essere richiuso con il ritorno delle quotazioni verso 4,17 euro. La chiusura di ieri a 4,3160 euro ha inoltre raggiunto la resistenza statica formata dal precedente massimo relativo del 28 ottobre scorso. Tenaris meriterebbe invece di andare nei testi di finanza operativa come caso studio sulle false rotture.
Nella seduta del 31 ottobre scorso la società ha rilasciato i dati del terzo trimestre che inizialmente non sono stati presi bene dal mercato. Il titolo ha così rotto al ribasso il supporto statico di medio termine a 9,10 euro facendo saltare molti stop loss e scendendo al minimo di 8,9520 euro. A quel punto c’è stata un’inversione di tendenza che ha riportato le contrattazioni al di sopra dei 9 euro. Nelle due sedute successive Tenaris, sull’onda di Trump e Saudi Aramco, è risalito vertiginosamente fino a chiudere ieri a 9,96 euro. Per queste ragioni, se si preferisce l’operatività sui titoli piuttosto che future o Etc, Eni è preferibile a Saipem e Tenaris. Le posizioni dovranno essere inoltre seguite costantemente, attraverso anche l’uso di trailing stop (stop profit dinamico) per il money management perché i fattori che hanno portato al rialzo sono solo di breve/medio periodo e i fondamentali del petrolio non sono cambiati. (riproduzione riservata)