A distanza di quasi due mesi dall’avvio delle ostilità nel Golfo, la convivenza di 15 mesi dei mercati con Donald Trump fa emergere con forza due tipi di indicazioni: quella di non modificare in modo affrettato e impulsivo i portafogli, perché è molto probabile che la burrasca passi via senza lasciare più danni alle spalle di quanti si potrebbero fare cercando di reagire. E quella di mantenere una dose opportuna di liquidità, senz’altro più abbondante rispetto all’epoca pre-Trump, per poter approfittare degli immancabili scivoloni di borsa procurati periodicamente dalla presidenza Usa, salvo effettuare poi una rapida retromarcia in pieno stile «Taco» quando la reazione dei mercati supera la soglia, nemmeno tanta alta, di normale tolleranza.
Queste due indicazioni rilevanti, osservabili dal «Liberation day» dell’1 aprile 2025 a oggi, possono valere in modo disgiunto: la prima può essere rivolta agli investitori di ampio respiro, mentre la seconda a chi si cimenta nello «swing trading» della durata di qualche seduta. Oppure possono essere considerate congiuntamente: detenere nel tempo una dose maggiore di liquidità significa, infatti, mantenere un portafoglio tendenzialmente meno rischioso a parità di componenti azionarie e obbligazionarie, ma anche meno performante qualora i mercati si muovano favorevolmente.
La performance sarebbe invece più elevata, mantenendo invariata la rischiosità di portafoglio, se questa liquidità in più venisse impiegata aspettando il classico terzo/quinto giorno di ribasso consecutivo (impiegando, per esempio, la metà o due terzi al terzo giorno e l’altra metà o l’altro terzo al quinto), per cogliere le occasioni d’acquisto riducendo il downside risk.
In questo caso il target rialzista non dovrebbe essere ambizioso, essendo sufficiente il ritorno delle quotazioni sul livello da cui è partito lo scivolone: ciò renderebbe ancora più agevole la chiusura dell’operazione ancora più agevole la chiusura dell’operazione di trading e l’ordine di vendita potrebbe essere già inserito subito dopo l’acquisto, evitando di seguire da vicino l’andamento dei prezzi.
La compravendita può riguardare le azioni preferite oppure l’indice di borsa, se si vuole evitare la scelta e quindi il rischio specifico, rendendo ancora più agevole l’operazione mordi-e-fuggi.
Poiché la capacità di movimento quotidiano dell’indice è inferiore alla performance che possono mettere a segno i singoli titoli, si può considerare l’acquisto di uno strumento che offra almeno una leva 2, offerta da numerosi Etf e certificate quotati a Piazza Affari, per mantenere il medesimo profilo di rendimento/rischio delle singole azioni, nella consapevolezza di esporsi a un rischio maggiore nel caso in cui il mercato proseguisse al ribasso.
Essendo un’operazione di breve termine, l’effetto negativo del «compounding», presente in modo tanto maggiore quanto più alta è la leva che amplifica il movimento dell’indice, risulta comunque contenuto.
In vista di altri due anni e mezzo di mandato presidenziale, le due importanti indicazioni insite nel «Taco» trade emergono con convinzione da Wall Street e dai maggiori asset manager, nella consapevolezza che i ribassi sarebbero più marcati e più persistenti, tipici di un vero mercato «orso», solo in vista di circostanze capaci di azzoppare gli utili aziendali, come una recessione economica.
Al momento non c’è traccia di una simile minaccia sul mercato americano, né sul fronte macroeconomico e né su quello societario, dove quest’ultimo sembra anzi rinvigorirsi con i primi aumenti della produttività, concreti e diffusi, grazie all’AI: per questo si è assistito nelle ultime due settimane a una rapida rotazione della domanda di borsa sui titoli tecnologici impegnati nell’intelligenza artificiale, dopo che il balzo del settore oil, la tenuta delle utility e la reazione delle banche ha consentito agli indici di Wall Street, al Ftse Mib e, di misura, al Nikkei di inaugurare nuovi massimi dell’anno.
La minaccia recessiva sarebbe senz’altro più concreta per l’Europa e il Giappone, frenando la crescita Usa, se il prezzo del petrolio persistesse su livelli elevati per altre settimane.
Sul tema petrolio è focalizzata tutta l’attenzione dei mercati, dove Usa e Iran vorrebbero entrambi chiudere le ostilità al più presto evitando di perdere la faccia davanti all’opinione pubblica, senza però avere ancora trovato il compromesso soddisfacente. Gli operatori ci avevano creduto venerdì 17, quando sembrava che Teheran fosse disposta a cedere agli Usa i 460 chili di uranio arricchito per 20 miliardi di dollari e riaprendo lo Stretto in cambio della cessazione delle ostilità, notizia che ha provocato rapidamente l’abbandono delle coperture di portafoglio con riflessi evidenti sugli indici e sul petrolio (-12% il Brent nell’arco della stessa giornata).
Ma la settimana appena conclusa, con il rifiuto americano di abbandonare il blocco navale e la conseguente nuova chiusura iraniana dello Stretto, ha raccontato tutta un’altra storia.
Né Washington e né Teheran, infatti, possono tenere ancora in scacco per molto l’Europa, l’Asia e buona parte del Medioriente, senza subirne indirettamente le ripercussioni economico-finanziarie e, nel caso di Teheran, anche politiche da parte di Cina e India. (riproduzione riservata)