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Petrolio, produttori irresponsabili di fronte all'emergenza mondiale

di Massimo Brambilla
14 marzo 2020, 06:18

Milano Finanza Intelligence Unit

La caduta del greggio è un tassello importante quanto il virus nel mosaico delle forti tensioni che stanno attraversando i mercati finanziari. Primo check l’1 aprile

Petrolio, produttori irresponsabili di fronte all'emergenza mondiale

Se un ripiegamento ordinato delle quotazioni gioca a favore dell’economia globale attraverso il minor costo dei trasporti, una caduta come quella attuale (-25% nella sola seduta di lunedì 9) è invece fonte di notevole attenzione e preoccupazione: in primo luogo perché, nel giro di tre mesi o poco più, in base all’esperienza del 2016 si assisterà a una nuova impennata dei default delle compagnie americane di shale oil, che si trovano sedute su una montagna di debiti in grado di far vacillare le banche finanziatrici; tra tutti i produttori di petrolio, quelli di scisto hanno infatti i costi di estrazione più elevati, richiedendo quotazioni del greggio pari almeno al doppio di quelle attuali per sostenere il bilancio.

In secondo luogo perché, a lungo andare, imporrà ai produttori arabi, Riyad in testa, dismissioni via via più consistenti provenienti dai fondi sovrani (in termini di obbligazioni e azioni occidentali) rivolte a finanziare i deficit di bilancio, visto che nemmeno i signori storici del petrolio possono permettersi a lungo prezzi di vendita così bassi. Tali vendite alimenterebbero la debolezza dei mercati finanziari.

In terzo luogo perché il rifiuto di Mosca del 6 marzo nell’accettare il nuovo taglio produttivo di 1,5 milioni di barili al giorno proposto dall’Opec per fronteggiare la minor domanda causata dall’epidemia, e la successiva decisione di Aramco di aumentare al massimo la capacità produttiva a partire dall’1 aprile offrendo contemporaneamente uno sconto tra i sei e gli otto dollari al barile rispetto al mese di marzo, solleva il rischio concreto di disgregazione dell’alleanza tra i produttori Opec e gli alleati della Russia (Opec+), efficace fin dalla nascita avvenuta durante l’analoga caduta dei prezzi del 2016. Parallelamente aumenta quindi il rischio di assistere a una guerra commerciale sui prezzi per conquistare nuove quote di mercato e per ridurre drasticamente la produzione di shale oil proveniente dagli Stati Uniti: negli ultimi mesi questo ultimi hanno pompato petrolio come se non ci fosse un domani, in netto contrasto con i tagli produttivi adottati dall’Opec+ a sostegno dei prezzi, diventando a febbraio esportatori netti di petrolio, oltre che primo Paese produttore.

La Russia, tuttavia, non pare propensa alla guerra commerciale: pur potendosi permettere le quotazioni più basse tra i principali Paesi produttori, non lo può sostenere per anni (sebbene lo abbia dichiarato invocando le sue abbondantissime scorte) ma probabilmente solo per alcuni mesi, soprattutto a questi prezzi del greggio, tant’è che anche il rublo ha accusato il colpo. Nella prima parte della settimana Mosca ha invitato l’Opec a risedersi attorno allo stesso tavolo nel mese di marzo, o al più tardi in maggio-giugno fissando un nuovo meeting Opec+, invito rigettato da Riyad se non è preceduto da un accordo di massima sui livelli produttivi, provocando la chiusura della Russia sulle sue posizioni.

La situazione dei prezzi dovrebbe quindi rimanere cristallizzata fino a fine mese, con una base del crude oil Wti a quota 30 dollari al barile, o al più sul minimo del 9 marzo a 27,3, e il massimo a quota 36,3 toccato l’11 marzo. Questo salvo ripensamenti da parte dell’Arabia, visto che nel frattempo il tycoon dello shale oil Usa sta guidando l’alleanza dei produttori nazionali nell’imbastire un incartamento che accuserebbe Riyad di dumping sui prezzi: l'intento è di presentare istanza al Dipartimento del commercio americano, che a quel punto avrebbe 20 giorni per deciderne l'accettazione e poi 60 giorni per emettere il giudizio sull’eventuale restrizione alle importazioni Usa di petrolio provenienti dall’Arabia Saudita. Se Aramco non procedesse il primo aprile a quanto annunciato, cosa al momento improbabile visto che sta già proponendo a prezzi scontati il suo maggiore output anche ai clienti della Russia, le quotazioni potranno tornare rapidamente chiudere il gap lasciato aperto lunedì 9 a 41 dollari al barile, spingendosi oltre se l’Opec+ tornasse a limitare ulteriormente la produzione. In caso contrario, cioè se Aramco desse effettivamente corso ai suoi piani com'è probabile, sarebbe certa una discesa fino a quota 25, minimo del 2016 e del 2002-2003, con il rischio di vedere anche quota 20 come ipotizzano alcuni importanti broker. Il recupero, data la dinamica delle scorte, sarebbe atteso nella parte finale dell’anno e nel 2021. (riproduzione riservata)

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