
La dimensione del mercato dei certificati d'investimento viene spesso valutata in relazione agli scambi sul secondario, ma una grossa fetta di questa industria transita dal primario: da alcun anni questi prodotti sono infatti entrati a pieno diritto tra le alternative d'investimento propose dalle banche ai propri clienti e su questo fronte possono essere di grande aiuto i dati pubblicati da Acepi relativi ai collocamenti conclusi dai suoi associati nel primo semestre di quest'anno, secondo i quali il mercato primario italiano dei Certificati e dei Prodotti di Investimento ha toccato un nuovo massimo storico in termini di controvalore sottoscritto: nei primi sei mesi dell'anno sono stati infatti collocati quasi 18,4 miliardi di euro, contro i 15,3 del secondo semestre 2025 e i 16,4 dello stesso periodo dello scorso anno: a livello trimestrale, il record assoluto è stato raggiunto nei primi tre mesi di quest'anno, con oltre 9,5 miliardi di euro. Il massimo precedente era quello del secondo trimestre 2025, con 9,4 miliardi. Da notare che anche il secondo trimestre di quest'anno si colloca sul podio, con oltre 8,8 miliardi.
I segnali di crescita arrivano però anche dal numero di prodotti collocati, a chiara evidenza di come le stesse banche stiano puntando in misura sempre maggiore sui certificati: nel secondo trimestre di quest'anno sono stati ben 762 gli Isin distribuiti sul primario, in netto aumento rispetto al dato del primo trimestre (654), che già rappresentava il nuovo massimo storico.
Guardando alla distribuzione dei volumi, la tipologia più ricercata è sempre quella dei Digital (36%), anche se con una quota di mercato in calo rispetto al passato, quando stazionava stabilmente oltre il 40%. Questa classe di prodotti prevede la garanzia di rimborso del capitale e il pagamento di una serie di cedole periodiche di tipo condizionato: di fatto è quella che si avvicina di più alla logica dei prodotti obbligazionari e non stupisce che nella classifica dei collocamenti mantenga stabilmente la prima posizione. In seconda posizione figurano gli Equity Protection (20%), anche qui in perfetta continuità con il recente passato, pur se di strettissima misura sugli Express (20%): nel primo caso si tratta sempre di prodotti a capitale protetto, che prevedono per lo più una partecipazione lineare all'andamento del sottostante, mentre nel secondo si torna di nuovo a un rendimento di tipo cedolare, accompagnato però da un'opzione di esercizio anticipato e soprattutto da una protezione del capitale condizionata, cioè vincolata a un limite massimo di perdita da parte del sottostante.
In quest'ottica, il 57% dei collocamenti si è concentrato su prodotti a capitale protetto, a fronte di un 35% ottenuto dai prodotti condizionatamente protetti e del 7% dei Credit Linked certificates, un segmento che almeno sul primario continua a guadagnare spazio, grazie anche qui alla stretta correlazione con i prodotti obbligazionari. Sono riscontri abbastanza diversi da quelli del mercato secondario, che per sua natura tende però registrare una quota maggiore di acquisti speculativi: dai dati ufficiali di Borsa emerge infatti una quota di mercato dei prodotti condizionatamente protetti del 53% sul controvalore totale scambiato dai certificati d'investimento, grazie a traino degli Express, che nel secondo trimestre di quest'anno sono balzati al primo posto assoluto, superando anche i Leva Fissa, che fanno del trading di breve termine il loro unico contesto sostenibile. (riproduzione riservata)