Ma il petrolio si manterrà sopra o sotto i 50 dollari? Questo è il dilemma di sapore shakespeariano che si trovano ad affrontare i trader sul greggio. Anche se la maggior parte degli operatori tende a vedere l’oro nero in discesa, l’evoluzione dei prezzi del petrolio per la seconda parte dell’anno sembra essere ancora un po’ un mistero. E questa indecisione si sta riflettendo sull’andamento dei prezzi del Wti americano. All’inizio del mese di agosto si è infatti arrestata la corsa rialzista che, dal minimo del 21 giugno scorso a 42,05 dollari, ha portato fino al massimo relativo (segnato proprio il 1° agosto) di 50,43 dollari al barile. Da allora, i prezzi della principale fonte di energia sono rimasti compressi tra i 48,50 dollari e ed i 50 dollari circa. Sono due i principali fattori che a livello fondamentale stanno facendo a braccio di ferro sul mercato: l’Opec e le scorte petrolifere americane. Sul cartello dei Paesi produttori c’è ancora in ballo la questione del taglio di produzione deciso nel dicembre 2016, quantificato il 22 gennaio 2017 in un tetto di 30 milioni di barili al giorno, esteso in termini temporali il 25 maggio scorso e puntualmente non rispettato dall’organizzazione (attualmente siamo a 33 milioni di barili al giorno). Il fattore alla base di questa continua violazione del vincolo produttivo è che alcuni Paesi (per la precisione Iraq, Nigeria, Iran e Libia), per motivi diversi possono produrre al massimo della capacità. Ma se qualcuno può produrre tanto, in un sistema limitato di vasi comunicanti, qualcun altro dovrà necessariamente produrre meno, cosa che spesso non accade per paura di vedersi portare via quote di mercato. Una situazione simile porta inevitabilmente a un calo dei prezzi. Non bisogna poi dimenticare che ci sono attori assoluti protagonisti del settore ma fuori dal Cartello. La Russia, nonostante l’impegno a congelare le sue quote di produzione, presenta una produzione decisamente sostenuta: Rosneft (maggior produttore della Federazione Russa) ha dichiarato un aumento della produzione di greggio nel secondo trimestre dell’11,1% (variazione rispetto al secondo trimestre 2016). A fare da contrappeso a questa situazione c’è però la stagionalità. I prezzi sono rimasti relativamente alti negli ultimi mesi perché siamo all’interno della driving season americana, quel particolare momento dell’anno in cui molti statunitensi si mettono al volante per il periodo festivo. Come testimonia l’andamento delle riserve petrolifere, calcolate dall’agenzia americana per l’energia (Eia), dal picco di fine marzo di 535 milioni di barili, ora sono scese al livello di 475 milioni di barili. La diminuzione è da imputare maggiormente al calo dei prodotti distillati, come la benzina. La parola stessa stagionalità però indica che la situazione è mutevole e passate le vacanze estive si tornerà a vedere scorte di greggio in aumento. «In un contesto simile» spiega Giancarlo Dall’Aglio, trader di materie prime, «mi aspetto una seconda parte dell’anno all’insegna della diminuzione dei prezzi». Secondo lo specialista, tutti i prezzi tra i 50 e i 54 dollari sono buoni per cominciare a vendere, mentre si torna a essere compratori con prezzi compresi tra i 39/42 dollari al barile. «La mia strategia in opzioni», spiega Dall’Aglio, «consiste nel vendere call con scadenza 2018, preferibilmente da marzo in poi, con strike molto out of the money, da 65 dollari a salire». Bisogna però fare molta attenzione perché la gestione dell’operatività, specie con opzioni, deve essere sempre attiva. Bisogna poter intervenire in qualsiasi momento su una posizione se si ha solo il sentore che il mercato cambi direzione. «Il modo migliore è comunque sempre coprirsi», continua Dall’Aglio, «per esempio con un credit spread, una strategia che prevede vendere call con strike a 63 dollari e comprare call con strike a 67 dollari; così se il prezzo del greggio sale attenuo le perdite. L’importante per me» conclude Dall’Aglio «è avere una strategia di opzioni con un Delta basso, che mi consenta di avere un drow down (picco massimo di perdita) ristretto». Per quelli che preferiscono un’operatività basata sull’analisi tecnica, piuttosto che sulla stagionalità, utilizzando strumenti più appropriati come future o Cfd, le indicazioni per la seconda parte dell’anno suggeriscono una contrazione dei prezzi del greggio. Il Wti è infatti dominato sul breve/medio termine da una trend line discendente partita con il massimo del 23 febbraio a 54,95 dollari e venutasi a creare con l’unione dell’altro massimo relativo registrato il 12 aprile a 53,76 dollari. Questa linea di tendenza ha fermato il movimento rialzista segnato nel mese di luglio e fino a quando non verrà violata al rialzo la tendenza sarà ribassista. Un vero e proprio movimento rialzista si avrebbe però solo con la rottura della resistenza statica a 54,60 dollari. Se i prezzi dovessero prendere la via discendente il primo target di breve è identificato in 48 dollari al barile per poi andare in breve verso i 47 dollari. Il vero target di chi è ribassista è rappresentato però da 44 dollari, dove i prezzi del greggio incrocerebbero la trend line ascendente partita il 3 luglio 2016 e che aprirebbe la strada verso i 40 dollari la barile. (riproduzione riservata)