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Petrolio e materie prime unici infetti dell’economia? L’Opec non ci sta

di Massimo Brambilla
08 febbraio 2020, 00:20

Milano Finanza Intelligence Unit

La commissione tecnica dei Paesi produttori, riunitasi in settimana, raccomanda un ulteriore taglio di 600mila barili al giorno. Riyad spinge per anticipare il meeting Opec+ del 5 marzo al 15 febbraio. Se così sarà, è lecito attendersi una rotazione di borsa a favore dei titoli oil-sensitive

Petrolio e materie prime unici infetti dell’economia? L’Opec non ci sta

Nonostante l’epidemia si stia ancora espandendo sul territorio cinese in cerca del picco di diffusione, che potrebbe essere raggiunto attorno al 15 febbraio o poco più, i mercati azionari sono riusciti in settimana a imbastire una vistosa reazione che ha riportato gli indici occidentali sui massimi di fine gennaio e Wall Street perfino su nuovi record storici.  La domanda di azioni ha ritrovato vigore prima grazie alle novità terapeutiche annunciate dalla Cina, pur se ridimensionate dall’invito alla prudenza da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità, e poi dall’annuncio di Pechino sul dimezzamento dei dazi relativi a 75 miliardi di importazioni dagli Stati Uniti a partire dal 14 febbraio, così come previsto dal primo accordo commerciale sottoscritto tra i due Paesi. A parte gli indici cinesi, nonché quello di Hong Kong e parzialmente il Nikkei giapponese, le principali piazze occidentali stanno quindi manifestando un danno praticamente nullo proveniente dal virus. Mentre le materie prime guidate dal petrolio hanno accusato una sensibile perdita di terreno, nell’ordine del 20%, che in settimana è rimasta tale o si è ridimensionata solo in misura ridotta.

Essendo il primo anello produttivo, i prezzi delle commodity subiscono immediatamente e pienamente gli effetti dell’epidemia: le imponenti misure di contenimento della diffusione del virus hanno portato al blocco momentaneo di un vasto territorio della Cina da cui deriva oltre tre quarti del Pil cinese, interessando raffinerie, industrie, logistica e trasporti. Più ancora dei consumi, la cui minore spesa può anche essere rimandata ai mesi a venire, gli ordinativi di materie prime hanno segnato un calo drammaticamente netto poiché buona parte del settore industriale e del suo indotto non è ancora tornato in funzione: il fermo è stato infatti protratto fino a lunedì 10, o a giovedì 13 nel caso per esempio di Renault e Psa, con la possibilità concreta che la riapertura dei cancelli slitti ancora più in là se i nuovi casi di contagio non dessero cenni di riduzione giornaliera nelle province interessate. Una decisione che certo non farà piacere ai mercati azionari e a quelli delle materie prime, a cui il petrolio potrà sfuggire nel caso in cui l’Opec+ anticipasse a febbraio (probabilmente il 14 e 15) il meeting straordinario in agenda per il 5 marzo: in questo caso il rimbalzo del greggio favorirebbe una rapida rotazione di borsa sul settore oil, rimasto più indietro evidenziando ora dividend yield nettamente superiori alla media (attorno al 7%, Eni compresa), perciò potrebbe rivelarsi proficuo acquistare sulla debolezza di questi giorni realizzando una parte dei guadagni sui comparti industriali, compresa la tecnologia che è inversamente correlata all’andamento del greggio. Fortunatamente il tasso di mortalità è in decisa riduzione, passando dal 2,2% della settimana precedente fin sotto il 2% degli ultimi giorni, riduzione che dovrebbe ricevere ulteriore spinta dalle nuove terapie annunciate pochi giorni fa da due diversi centri di ricerca cinesi. Mentre la diffusione del virus, che costituisce il parametro fondamentale di osservazione, è ancora in cerca del picco.

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La sparata di Bloomberg. Nel frattempo la domanda di petrolio proveniente dalla Cina, che nel 2019 è ulteriormente aumentata fino a superare i 10 milioni di barili al giorno per un totale del 15% del consumo mondiale, è crollata rapidamente a causa del blocco industriale: almeno 18 raffinerie indipendenti su 40 hanno infatti tagliato drasticamente la produzione o l’hanno completamente fermata e in alcuni casi si è perfino considerato di invocare la causa di forza maggiore per annullare gli ordinativi già in essere, soprassedendo solo per non pregiudicare il rapporto con i fornitori di greggio. Fatto sta che nelle ultime settimane si è scatenato il toto-barili, nel tentativo di stimare di quale entità sia la minor domanda cinese con le relative conseguenze sui prezzi: la stima più drammatica è giunta da un sondaggio di Bloomberg, che ha identificato un calo monstre vicino ai 3 milioni di barili al giorno nell’ambito del più ampio shock della domanda dai tempi delle Torri Gemelle e della crisi del 2008, imprimendo un’estensione al deprezzamento nelle prime sedute della settimana che ha spinto il petrolio Wti americano al minimo di 49,3 dollari al barile (-19,2% da inizio anno) e il Brent del Nord Europa a 53,69 (-18,7%). Moody’s Analytics è tra i più pessimisti in termini di prezzo, sostenendo che l’epidemia potrebbe anche deprimere la quotazione del Wti sotto quota 40 dollari, cioè un ulteriore -25% di discesa, andando oltre il minimo di dicembre 2018 segnato a 42,37 dal Wti e a 50,22 dal Brent).

In ogni caso l’Eia, l’ente dell’energia americano, ha calcolato che per tutto il 2020 ci sarebbe comunque un eccesso di offerta di 250mila barili al giorno vista la maggior produzione proveniente da Stati Uniti, Brasile, Norvegia e Guyana, che non sarebbe compensata dal taglio alla produzione stabilito a dicembre dall’Opec+ e valido per il primo trimestre del 2020, anche se ormai è certo che verrà prorogato per buona parte dell’anno. Rimane invece incerto il minor greggio proveniente dalla Libia, che può compensare almeno in parte l’eccesso di offerta. L’unica certezza è invece sulla durata della diffusione dell’epidemia: più sarà lunga e maggiore sarà l’impatto sulla domanda di petrolio per l’intero 2020, per questo è fondamentale osservare quando l’andamento grafico dei nuovi casi giornalieri lascerà ragionevolmente intendere che il picco di diffusione dovrebbe essere alle spalle, preludendo a una graduale normalizzazione della mobilità e dell’industria cinese. E con essa la domanda di petrolio e più in generale di materie prime. La durata di questa depressione è anche importante per i produttori americani di shale oil, che necessitano di quotazioni sensibilmente più elevate per i coprire gli ingenti costi produttivi: più si protrarrà il tempo necessario al recupero dei prezzi del greggio e più aumenteranno i relativi fallimenti societari, un trend già evidente dal 2016 che ha accelerato nel 2018 e 2019, alimentando la convinzione che l’offerta di petrolio Usa sia destinata a decrescere già a partire dal secondo semestre.

 

L’Opec stringe i tempi. L’Arabia Saudita, il maggior produttore del Cartello con 9,7 milioni di barili al giorno, avrebbe bisogno di un prezzo del greggio attorno a 80 dollari al barile per mantenere in equilibrio il proprio bilancio pubblico e dopo il sondaggio di Bloomberg, effettivamente un po’ di parte visto che proviene dai trader che stanno cavalcando il ribasso dei prezzi, ha indetto una commissione tecnica dei Paesi membri dell’Opec+ (i 13 Paesi dell’Opec più altri 10 Paesi produttori guidati dalla Russia) durata tre giorni consecutivi che si è conclusa giovedì 6: i tecnici sono giunti a una stima, in alcun modo vincolante per le future decisioni collegiali dei relativi ministri dell’energia, che nello scenario peggiore, ovvero di ulteriore diffusione dell’epidemia per una durata di sei mesi, la minor domanda di greggio si attesterebbe a 400mila barili al giorno, prima di tornare ai livelli precedenti. Sul fronte dell’offerta, ipotizzando che il taglio produttivo di 1,7 milioni di barili al giorno deciso in dicembre prosegua oltre la scadenza di fine marzo, stimano dunque un surplus di 600mila barili al giorno nel primo trimestre e di un milione di barili nel secondo.

La raccomandazione della commissione tecnica è quindi di un nuovo taglio produttivo di 600mila barili al giorno. Che è coerente con le stime rilasciate martedì 4 da Brian Gilvary,  Chief Financial Officer di BP, secondo le quali la domanda globale di greggio che nel 2020 verrà impattata dal rallentamento dell’economia globale derivante dal virus si attesterà tra 300mila e 500mila barili al giorno. S&P Global Platts prevede invece che nello scenario peggiore la domanda sarebbe inferiore di un milione di barili al giorno durante la crisi epidemica, impattando per 320mila barili al giorno in meno in termini annuali, la maggiore frenata dopo la crisi finanziaria del 2008-2009.

 

Russia all’angolo. L’Iraq, secondo produttore Opec dopo l’Arabia Saudita, è per una nuova riduzione della produzione, così come altri produttori del Cartello, ma la Russia, principale alleato fuori dall’Opec, chiede tempo per decidere: a Mosca, che ha già digerito a fatica il taglio di dicembre, basta infatti un prezzo attorno a 42 dollari al barile per essere economicamente in equilibrio. Ma un fatto è certo: se il meeting Opec+ del 5 marzo verrà anticipato a febbario, di cui Riyad ne sta invocando la convocazione per il 14-15, è perché il nuovo taglio si farà, mentre se rimanesse in vigore la data di inizio marzo l’incertezza si alzerebbe notevolmente potendo solo assicurare la proroga degli 1,7 milioni di barili in meno al giorno stabiliti a dicembre. In quest’ultimo caso una nuova flessione dei prezzi del petrolio sarebbe molto probabile, soprattutto se Pechino decidesse di prolungare lo stop industriale di un’altra settimana o più, mentre nel caso di un’anticipazione del meeting i corsi del greggio salirebbero fin dal momento dell’annuncio, valutando poi l’entità del taglio e la durata. L’Arabia Saudita, per creare un contro-shock sull’offerta, sarebbe infatti disposta a ridurre temporaneamente da sola la sua produzione fino a un milione di barili al giorno, se gli alleati la riducessero di 500mila barili. (riproduzione risevata)

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