Potrebbe essere il petrolio il nuovo fronte caldo sui mercati. L’impostazione grafica e fondamentale della materia prima energetica lascia infatti presagire una fase correttiva dei prezzi. Il campanello d’allarme è suonato la scorsa settimana, quando il Wti americano ha perso l’8,5%, passando da 63 a 58 dollari al barile. E se in passato una discesa del greggio era accolta con favore, ora fa invece paura. Il timore è che le borse mondiali, già traballanti, non riescono ad assorbire un’altra fonte di tensioni e vengano così travolte in una spirale ribassista in scia a quella che potrebbe colpire il petrolio. Solo un ritorno dei prezzi sopra 63,5 dollari andrebbe a invalidare il nuovo trend ribassista.
Il prezzo del greggio Wti Usa è sceso per due motivi, uno attuale e l’altro prospettico. Il primo è quella legata all’aumento delle scorte di petrolio negli Stati Uniti della settimana scorsa, ai massimi degli ultimi 22 mesi. Quella prospettica invece è legata ai minori consumi che si prevedono nei prossimi mesi. Secondo gli analisti, si potrebbe registrare un imminente rallentamento economico dovuto alla guerra commerciale tra Usa e Cina. Il tutto mentre la produzione mondiale resta sui massimi e solo l’autolimitazione di Opec e Russia (Opec+) ha permesso il trend rialzista registrato da inizio anno. Non è però detto che se l’Opec+ decidesse di ridurre ulteriormente la produzione (sempre che la Russia acconsenta a un ulteriore taglio) questa non venga rimpiazzata da quella americana. Le stime dell’agenzia Usaa per l’energia Eia suggeriscono che la produzione di shale oil degli Stati Uniti aumenterà di altri 83 mila barili giornalieri nel 2019, per attestarsi al record di 8,49 milioni di barili al giorno.
Dal punto di vista tecnico nelle prossime sedute, il prezzo del Wti americano potrebbe risalire fino al precedente livello di supporto statico, ora diventato resistenza, a 60 dollari al barile. Tuttavia si tratterebbe solo di un rimbalzo tecnico e nulla di più perché, come anticipato, l’impostazione, dopo la discesa sotto i 61 dollari, è diventata ribassista. «Siamo nel cosiddetto trend stabilizzato al ribasso che, per essere invertito, avrà bisogno di una successione di massimi crescenti che vadano ad annullare i massimi decrescenti registrati da fine di aprile a oggi», ha esordito Fabio Cavalleri, trader professionista, secondo il quale la continuazione del trend attuale (l’evento più probabile) andrebbe a interessare i supporti in area 56 dollari in prima battuta, per poi spingersi fino ai minimi di 54,5 dollari.
L’operatività in questo caso può essere basata su future o, per chi vuole restare più conservativo, attraverso il ricorso a contratti mini crude oil future. Questi consentono di operare su un contratto di dimensioni dimezzate rispetto al contratto pieno, garantendo una maggiore accessibilità anche all’investitore privato. Il sottostante alla base di questi contratti invece che essere di 1000 barili è di 500 barili di light sweet crude oil, per un valore intorno ai 24 mila dollari a contratto e con un tick minimo di 0,025 per barile (equivalente di 12,5 dollari al variare del tick). L’accessibilità al mercato può essere fornita anche dagli Etc sul petrolio, prodotti ormai alla portata di tutti ma cui fare sempre attenzione per l’eventuale leva che incorporano e che attraverso l’effetto composto (compounding) erodono le perfomance nel lungo periodo.
I trader che non vogliono essere in balia della volatilità di breve possono adottare strategie di lungo periodo allargando la forchetta massima entro la quale si potranno muovere i prezzi del greggio. «Penso che nei prossimi mesi i prezzi del petrolio continueranno a restare all’interno dell’ampio trading range tra 50 e 75 dollari. Sotto 50 dollari iniziano a risentirne sia i produttori sauditi che quelli americani e sopra 75 dollari difficilmente si potrebbe smaltire tutta l’offerta attuale», ha spiegato Giancarlo Dall’Aglio, trader di materie prime. Il margine così ampio è dovuto al tipo di operatività di medio/lungo periodo perché attraverso le opzioni si può usare la strategie denominata strangle. «Consiste nel vendere contestualmente opzioni call e opzioni put, con strike molto lontani tra di loro, anche 85 dollari e 35 dollari», ha aggiunto Dall’Aglio. «Qualora nessuno strike venisse colpito, questo approccio permette d’incassare i premi sia delle call che delle put». La strategia può sembrare semplice, ma deve prevedere la possibilità di apportare eventuali correzioni (con l’acquisto di un’altra opzione o la dismissione di quella che ha lo strike più vicino al prezzo del sottostante) nel caso i prezzi dovessero avvicinarsi a uno dei due strike. «Bisogna prevedere una pianificazione iniziale di quello che si vuole fare ed eventuali modifiche che si apporteranno nelle varie dinamiche di prezzo», avverte Dall’Aglio.
Trend ribassista anche secondo l’analisi ciclica. «Dopo il minimo del 25 marzo a 58 dollari», spiega Eugenio Sartorelli «è partita una fase ciclica trimestrale che ha già affrontato il suo picco massimo il 23 aprile scorso a 66,6 dollari e che quindi deve ora produrre una fase correttiva che potrà proseguire per buona parte di giugno, con valori che possono scendere ben sotto il supporto intorno a 55 dollari per portarsi perlomeno verso i 50 dollari». In tal senso, secondo l’analista ciclico, potrebbe essere sensato entrare al ribasso sotto 57 dollari, con obiettivo a 50 dollari e stop-loss rigorosamente sopra i 60 dollari. (riproduzione riservata)