La settimana scorsa, quella di fine ottobre, si era conclusa con gli indici sui minimi: l’S&P500 era infatti finito al test con il punto più basso del 24 settembre, segnato a 3.209 punti, il cui cedimento avrebbe rischiato di completare una figura ribassista di doppio massimo, tracciato sul record storico del 2 settembre a 3.588 punti e testato il 12 ottobre con il picco a quota 3.550, in grado di prolungare la correzione fino a livello di 2.900 punti, riportando le lancette di borsa al mese di maggio.
La settimana appena conclusa, che ha visto attivarsi numerosi lockdown in Europa, è trascorsa invece all’insegna del vistoso rimbalzo, dove l’election day americano è solo una scusa, visto che l’unica quasi certezza riguarda il controllo repubblicano del Senato, mentre la Casa Bianca rimane avvolta dalla nebbia. Questa reazione, che potrebbe avere il sapore di una sana rotazione settoriale, è frutto più che altro dell’appetibilità che il mercato azionario esercita nei confronti del mercato obbligazionario, a maggior ragione dopo che la Fed ha ribadito mercoledì 4 la sua determinazione nel quantitative easing già in atto: con l’S&P500 tornato in quattro sedute in prossimità dei record ci si interroga però sulla reale sostenibilità di quotazioni simili, anche perché, nel caso fallisse il tentativo di inaugurazione di nuovi record che aprirebbero la strada a un ulteriore allungo, l’indice correrebbe il rischio di tornare a far pressione sul supporto a quota 3.200, dove l’eventuale cedimento porterebbe a un’estensione della correzione. Per questo gli operatori sono alla ricerca di singoli temi azionari che offrano un rapporto più vantaggioso tra le opportunità di rialzo e i rischi di ribasso.
A piazza Affari, avara di titoli hi-tech (con l’unica eccezione di StM) che hanno trainato l’ascesa di Wall Street, lo sguardo non può che ricadere sui comparti rimasti più indietro: in termini di blue chip, sono sostanzialmente le banche e i titoli legati al petrolio, entrambi sotto di oltre il 50% rispetto ai valori di inizio anno. Le prime adocchiabili in ottica speculativa, in tema cioè di possibili aggregazioni che sarebbero dietro l’angolo, visto che i bilanci patiranno ancora a lungo i tassi negativi e l’inevitabile crescita degli npl. I secondi adocchiabili in virtù di una ripresa economica globale che presto o tardi caratterizzerà il 2021 e il 2022, riportando i prezzi del greggio sui valori pre-Covid o perfino oltre, vista la sensibile riduzione degli investimenti in capacità produttiva effettuati dai produttori nel 2020, soprattutto del Nord e del Sud America.
Aree che costituiscono oltre il 50% dei ricavi di Tenaris, parzialmente compensati dalla rapida normalizzazione del contesto economico cinese con riflessi positivi in tutta l’Asia. Tuttavia, come avevano già fatto notare i vertici della società a inizio agosto dopo la pubblicazione della semestrale, la rinuncia a una maggiore capacità produttiva e a una maggiore efficienza ed economicità dei processi di produzione non potrà durare a lungo in presenza di una ripresa delle economie, anche perché gli Stati Uniti non rinunceranno certo alla loro autonomia energetica costruita negli ultimi decenni anche attraverso l’estrazione di shale oil, che produce contemporaneamente gas naturale. Questo, assieme ai risultati concreti in termini di riduzione dei costi giunti dall’imponente piano di digitalizzazione aziendale, ha prodotto il balzo settimanale del 25% di Tenaris che ha accompagnato la diffusione della trimestrale, alleviando la sofferenza borsistica da inizio anno a -49,9%, sostenuto da una cassa salita da 980 milioni di euro di inizio anno a 1,1 miliardi di euro (pari al 18,5% della capitalizzazione di borsa) e soprattutto da un annuncio insperato: lo sblocco del dividendo di pertinenza del 2020, visto che il 23 novembre verrà staccato un acconto di 0,07 dollari per azione (equivalente a uno yield dell’1,4%) sulla distribuzioni dividendi del 2021.
Nel breve un esito elettorale Usa a favore dei repubblicani, al Senato o alla Casa Bianca o in entrambi, sarebbe più favorevole a tutto il comparto oil americano, e quindi anche a Tenaris, fornendo al titolo nuovo carburante per attaccare l’importante resistenza a 5,5 euro, livello abbandonato lo scorso 29 luglio, aprendo spazi di allungo oltre quota 6 euro. In un’ottica di più ampio respiro, invece, i vertici della società hanno confermato la crescita dei business strettamente correlati alle energie rinnovabili, come le infrastrutture altamente tecnologiche di cui Tenaris è leader per catturare e immagazzinare idrogeno e CO2, business che per ora hanno un peso marginale sui ricavi ma sono destinati a crescere in sintonia con l’espansione delle energie rinnovabili. (riproduzione riservata)