
Tra le turbolenze di questo primo mese di guerra, c’è chi accosta la situazione di oggi a quella del 2022, per intravedere, o quantomeno spiegare, l’evoluzione dei mercati: in quell’anno, infatti, si palesarono gli effetti della rapida ripresa economica dopo i fermi causati dalla pandemia, originando in molti casi un eccesso di domanda rispetto all’offerta dove il petrolio ne fu l’esempio più lampante. Il 24 febbraio, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, con tutte le ripercussioni sulle forniture di gas, aggravò la carenza di offerta mettendo le ali al Brent e al gas naturale, oltre che sui prezzi di una serie di beni tra cui quelli alimentari, spingendo il consuntivo di fine anno dell’inflazione globale verso il 10%.
D’altronde, nel 2022 il petrolio rimase sopra la soglia dei 100 dollari al barile da fine febbraio a inizio agosto, mentre la quotazione del gas europeo (il TTF di Amsterdam), già in rialzo dall’estate 2021, stazionò sopra quota 80 euro per megawattora fino al termine del 2022, con punte estive fino a 230 e un massimo a 340 euro/MWh: ciò si tradusse in un prezzo medio del gas naturale pari a 133 euro/MWh per l’intero anno 2022, mentre il prezzo medio del Brent si attestò a 98,7 dollari al barile, con punte di giugno a 125 dollari e un massimo a inizio marzo in prossimità di 140 dollari al barile.

In scia ai presupposti fortemente inflativi, i rendimenti dei decennali Usa passarono dall’1,9% di febbraio al 3,5% raggiunto in giugno e quindi al 4,3% segnato nell’ottobre 2022, ripiegando poi fino al 3,4% nei mesi seguenti. Il dollaro, anche in scia all’invasione dell’Ucraina, si rafforzò passando da quota 96 del dollar index al livello di 114 raggiunto in ottobre, per tornare verso quota 100 nei tre mesi successivi.
L’oro reagì al rafforzamento del dollaro e al raddoppio dei rendimenti nominali dei Treasury perdendo il 20% nei 7-8 mesi successivi al record dell’8 marzo 2022 e giungendo a segnare un minimo in ottobre poco sopra quota 1.600 dollari l’oncia, per poi tornare in prossimità del record con un rapido recupero nei tre mesi successivi. Il Ftse Mib e le piazze dell’Eurozona, sintetizzate dall’indice Eurostoxx, segnarono un primo minimo il 7 marzo a -15% rispetto al giorno precedente l’azione militare russa, per poi rimbalzare e quindi segnare nuovi minimi dell’anno a -20% tra luglio e ottobre, recuperando nei tre mesi seguenti tutto il terreno perso. Per l’oro e per i listini azionari europei il recupero prese il via con la perdita di forza del biglietto verde, misurata complessivamente dal dollar index, e con il ritorno del Brent sotto quota 90 dollari al barile, che stimolò il parziale rientro dei rendimenti dei decennali americani, mentre il prezzo del gas naturale quotato ad Amsterdam necessitò di più tempo per normalizzarsi sotto la soglia di 65 euro/MWh.
A distanza di un mese esatto dall’attacco all’Iran, e dal conseguente blocco dello stretto di Hormuz, il quadro che si presenta dei mercati finanziari appare a tratti incoerente: dallo scorso 26 febbraio, il dollaro si è rafforzato da 97,8 a 100,5 in termini di dollar index, mentre i rendimenti dei decennali sono saliti dal 3,95% al 4,45% intravedendo un aumento dell’inflazione. Questi movimenti delle due variabili-chiave, ancora molto contenuti rispetto al 2022, sono coerenti con una crescita dei prezzi del petrolio e del gas che al momento risulta altrettanto contenuta rispetto al 2022, sia in termini di ampiezza del movimento che di persistenza, dato che il prezzo medio del Brent relativo a marzo 2026 è di 95,2 e quello del gas europeo TTF è nell’ordine di 52 euro per megawattora.
L’incoerenza di oggi si ritrova, invece, nella correzione dell’oro, giunta a -21% nella settimana appena conclusa rispetto al giorno prima dell’attacco all’Iran, e nella discesa dei listini europei, che in settimana ha superato il -10% rispetto al -5% raggiunto al massimo da Wall Street: è vero che l’Europa è molto più esposta degli Usa ai rincari energetici, che impattano negativamente sull’economia e sui costi aziendali, ma è anche vero che non ci sono ancora le condizioni così negative come quelle del 2022; per quanto pesanti, ben più di quelle attuali, si risolsero comunque entro la fine dell’anno.
Nel caso dell’oro, a cui è associabile una situazione tendenzialmente simile per l’argento, è evidente che non può essere stato l’apprezzamento del 2,7% del dollar index e nemmeno l’aumento dello 0,5% dei rendimenti dei Treasury a causare una caduta nell’ordine del 20%, accusata prevalentemente nelle quattro sedute consecutive che vanno dal 18 al 23 marzo: trovando origine perlopiù nella sessione asiatica delle contrattazioni, dove vengono scambiati la metà dei contratti future mondiali sull’oro, è più probabile che la caduta sia attribuibile a liquidazioni di posizioni future divenute molto costose da mantenere in termini di «margin call», rincarati anche a causa dell’inusuale discesa intraday del 12,8% accusata dal metallo giallo nella sessione asiatica del 30 gennaio.
Inoltre, la scorsa settimana si è probabilmente reso necessario fare cassa su una parte degli impieghi in oro, verosimilmente tramite Etf, per aumentare le coperture di portafoglio nei confronti di una guerra più lunga dell’intervento-lampo inizialmente previsto, coperture che rimarranno in essere fino a quando lo Stretto di Hormuz tornerà praticabile consentendo al greggio di tornare stabilmente sotto quota 90 dollari al barile.
A quel punto le coperture di portafoglio, attuate con posizioni short sugli indici azionari più vulnerabili o tramite posizioni long sul Brent favorite anche dall’attuale stato di «backwardation» che caratterizza i future sul greggio, verranno liquidate a beneficio di un reintegro (magari anche a prezzi più bassi) degli impieghi in oro, argento e platino, prima che i metalli preziosi tornino ad apprezzarsi a salvaguardia del potere d’acquisto e in risposta al contesto geopolitico sempre più teso, reso più incerto dalle elezioni di mid term americane e dal crescente debito pubblico connesso alla valuta Usa. (riproduzione riservata)