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Nei certificati non è sempre facile capire quando lo stacco di una cedola viene scontato nel prezzo di mercato. C’è così tanta confusione che a volte può sbagliare lo stesso emittente

Ok, il prezzo è sbagliato

05 ottobre 2024, 02:00

Milano Finanza Intelligence Unit

Negli ultimi anni l’industria dei certificati d’investimento ha puntato in modo deciso sui cosiddetti prodotti a rendimento cedolare, che pagano cioè degli importi periodici prefissati nel corso della vita dello strumento. Questi premi possono essere condizionati, cioè vincolati al rispetto di una determinata condizione di pagamento da parte del sottostante, o incondizionati, cioè svincolati dallo scenario di mercato: nel primo caso, perché gli importi vengano effettivamente distribuiti, è necessario che l’asset di riferimento rispetti una soglia limite in una «data di valutazione» predefinita, che precede di qualche giorno quella di pagamento. Nel secondo caso non è invece prevista alcuna data di valutazione, in quanto al sottostante non è richiesto il rispetto di alcuna condizione accessoria e quindi viene definita solo la data di pagamento. Come accade per i dividendi che vengono staccati dai titoli azionari o dalle cedole dei bond, esiste però una data molto più importante di quella appena descritta, che viene comunemente identificata come «data di stacco», ma che in realtà è la cosiddetta «data ex dividendo», che secondo il glossario di Borsa italiana, «corrisponde al giorno nel quale il titolo (...) ‘stacca’ il diritto al dividendo ossia detrae quel valore dalla propria valutazione di Borsa. La ‘Data Ex’ segue dunque di un giorno (un periodo) la ‘Data Cum’. La data ex dividendo (…) anticipa solitamente, in Italia, di due giorni la Data di Pagamento della cedola. La data ex dividendo va anche distinta dalla Record Date, che è l’ultimo giorno utile in cui viene verificato il possesso del titolo in relazione al diritto di percepire il dividendo».

Mentre per le azioni e le obbligazioni certe dinamiche sono ormai consolidate, nei certificati non è raro confondersi, anche perché ogni emittente adotta la sua convenzione e soprattutto perché molto raramente la «data ex dividendo» viene riportata in modo esplicito sul prospetto o anche solo sul sito dell’emittente. Questo può creare qualche difficoltà anche in termini operativi, come vedremo in modo esemplare più avanti. Ricordiamo infatti che per avere diritto al pagamento del premio è necessario avere lo strumento in portafoglio alla cosiddetta «data cum», cioè l’ultimo giorno di negoziazione in cui il prezzo del certificato incorpora la cedola. A partire dal giorno successivo, quello «ex dividendo», lo strumento avrà un prezzo di mercato più basso, proprio perché a quel punto la cedola sarà stata scorporata: si potrà quindi acquistare il certificato a un prezzo inferiore, ma non si avrà poi diritto al premio. Quella che nel glossario di Borsa italiana è indicata come «Record date», spesso viene effettivamente indicata nel prospetto, ma non coincide con la «data ex dividendo»: solitamente cade il giorno successivo alla «data ex dividendo”, quindi due giorni dopo la «data cum», l’ultima utile per poter incassare la cedola. Chi volesse acquistare un certificato per ricevere il premio dovrebbe farlo non più tardi della «data cum», quindi almeno due giorni prima della «Record date».

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Al di là delle considerazioni in merito alla convenienza di acquistare uno strumento il giorno prima o dopo lo stacco, capire quale sia la «data ex dividendo» è fondamentale soprattutto per valutare il pricing di un certificato e magari intercettare un’opportunità speculativa. Quanto sia farraginoso l’attuale sistema è confermato da quanto successo settimana scorsa a un certificato sull’euro/dollaro. Si tratta di uno strumento che prevede lo stacco di una cedola annuale del 4% lordo, vincolata al rispetto di una soglia limite posta a 0,97965. L’ultima data di valutazione cadeva il 24 settembre e in quell’occasione l’euro/dollaro si è attestato ben oltre il limite richiesto (1,1179), dando quindi il via libera al pagamento del premio . In questo caso nel prospetto del certificato compare solo la «data di pagamento», fissata al 30 settembre. La «Record date» è indicata in un documento a parte, disponibile sul sito dell’emittente, ed è fissata al 27 settembre, quindi la «data cum» è identificabile al 25 settembre (due giorni prima), mentre quella «ex dividendo» al 26 settembre (un giorno prima). Acquistando il certificato mercoledì 25 si avrebbe quindi avuto diritto alla cedola, mentre acquistandolo giovedì 26 no. Fin qui tutto bene, se non fosse che questa volta la confusione l’ha fatta proprio l’emittente, che già dal 25 ha iniziato a quotare il certificato «ex dividendo», scatenando gli acquisti di chi ha capito di poter comprare il prodotto al prezzo ribassato, potendo comunque guadagnare il diritto alla cedola.

Se una situazione del genere può capitare a un operatore professionale, c’è da chiedersi se non si sia necessario rendere obbligatoria la pubblicazione delle date «ex dividendo», magari direttamente nei KID.Anche perché poi queste situazioni si ritorcono purtroppo sempre contro l’investitore finale. Già, perché nel caso precedente l’emittente ha potuto appellarsi alla procedura d’errore (ai sensi delle Linee Guida Sec. 620 del Regolamento del mercato SeDeX) e ha ottenuto l’annullamento di tutti i contratti conclusi ai prezzi «sbagliati». Solo i contratti che lo hanno coinvolto come controparte però: secondo quanto comunicato da Borsa, sono stati infatti annullati solo 27 contratti degli 85 totali conclusi il 25 settembre, per un controvalore pari a 1,3 milioni di euro, sui quasi 3,3 milioni scambiati nella giornata. I contratti conclusi tra privati, pur a prezzi «sbagliati», sono rimasti validi, creando un evidente paradosso, considerando che l’attuale regolamento del SeDeX consente di operare solo all’interno della forchetta di prezzo esposta dall’emittente: se la forchetta è stata ritenuta sbagliata, come può aver chiuso un contratto valido chi ha operato al suo interno, ancorché con una controparte diversa? Del resto, ben 26 dei 27 contratti annullati sono stati chiusi a prezzi attorno a 1.025 euro, che è esattamente il prezzo ufficiale di mercoledì 25 settembre ricalcolato da Borsa dopo l’annullamento degli ordini: alla fine, non sono stati quindi ritenuti validi dei contratti conclusi al prezzo ufficiale del giorno. Davvero paradossale. Anche qui sarebbe decisamente il caso di fare ordine. (riproduzione riservata)



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