Settimana intensa per l’oro, che da semplice barometro della paura è tornato protagonista come fulcro di tensioni commerciali, politiche e monetarie. Il metallo giallo ha chiuso le contrattazioni a ridosso dei 3.500 dollari l’oncia, aggiornando il suo massimo storico (a 3.534 dollaro) proprio nell’ultima seduta dell’ottava. Manco a dirlo, l’artefice di questo movimento è ancora una volta il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha imposto tariffe del 39% sulle barre d’oro da un chilo, lo standard dominante nei flussi fisici tra Europa e Stati Uniti.
Non è un dettaglio da addetti ai lavori: si tratta di una mossa che colpisce direttamente il cuore logistico del mercato Comex e ribalta l’architettura su cui si fonda lo scambio internazionale di oro fisico. Se il dazio doganale dovesse restare invariato, verrebbe rimessa in discussione la catena di fornitura globale. La Svizzera, primo raffinatore mondiale, rischia di vedere rallentati o deviati oltre 24 miliardi di dollari di flussi annuali verso gli Stati Uniti. E i trader lo sanno: questa non è una distorsione temporanea, è un potenziale riassetto strutturale. Come se non bastasse, il contesto politico amplifica il rumore.
Trump ha attivato nuove tariffe su decine di Paesi, compresi Brasile e India, mentre continua a minacciare ulteriori dazi su Cina e Giappone per l’acquisto di petrolio russo. Per gli analisti è più di una questione commerciale: è un segnale politico. Il bene rifugio per eccellenza è infatti finito nella rete di dazi e delle vendette geopolitiche, minando la sua stessa natura di bene neutrale. Ironia della sorte, questa stessa instabilità continua a sostenere la domanda di oro come protezione. A spingere ulteriormente il prezzo dell’oro, infatti, è anche il posizionamento dei mercati sulle politiche monetarie: dopo i deludenti dati su payroll e sull’ISM servizi, le aspettative per un taglio dei tassi da parte della Fed a settembre superano ormai il 90%. L’oro, privo di rendimento, ma immune al rischio inflattivo, continua a godere perciò di sottostanti robusti.
Dal lato tecnico, il quadro resta impostato a rialzo, ma con margini di vulnerabilità nonostante la forza. La struttura è sostenuta dal Bull Cross tra le medie mobili a 21 e 50 giorni e da un Rsi daily stabile sopra i 60 punti. I commodities trader tuttavia non si fidano troppo del ritracciamento di prezzo avvenuto dopo aver aggiornato i nuovi massimi storici, con le quotazioni rapidamente ridiscese sotto i 3.500 dollari. Per il mantenimento delle posizioni long bisognerà confermare nelle prime sedute della prossima settimana la violazione rialzista dei 3.500 dollari. Una discesa sotto area 3.475 dollari, per contro, potrebbe favorire un ribasso fino ai 3.450 dollari in prima battuta, per poi vedere i prezzi scendere sotto i 3.400 dollari. Al disotto di quest’ultima soglia, il primo livello chiave è in area 3.350 dollari, dove passa il sopracitato incrocio tra le medie mobili di 21 e 50 periodi. (riproduzione riservata)