Il 2024 potrebbe essere l'anno del mais. La materia prima agricola è una di quelle che ha sofferto di più in termini di performance negli ultimi due anni, con una discesa delle quotazioni che ha portato i prezzi dagli 8,25 dollari per bushel (25,4 chilogrammi di mais) del picco di maggio 2022 agli attuali 4,38 dollari per bushel. A determinare quello che potrebbe essere un probabile cambio di tendenza nel medio termine è stato il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti (Usda) che, la settimana scorsa, ha presentato il suo rapporto sulle intenzioni di semina per il prossimo anno. Il Wasde (World Agricultural Supply and Demand Estimates) dell'Usda fornisce nel dettaglio le previsioni annuali per l'offerta e l'utilizzo di grano, riso, cereali grossolani, semi oleosi e cotone negli Stati Uniti e nel mondo. Si tratta del market mover più importante sul comparto delle materie prime agricole, ed è in grado di determinare la tendenza di medio/lungo termine.
Quest'anno, a sorpresa, ha indicato un notevole calo delle intenzioni di piantare mais nell'anno in corso rispetto all'anno precedente. Secondo il rapporto, gli agricoltori degli Stati Uniti prevedono di piantare circa 90,04 milioni di acri, ben 6,3 milioni di acri in meno in un solo anno. Le riduzioni maggiori sono previste in Texas (-1,2 milioni di acri) e Kansas (-1,3 milioni di acri), con una generale riduzione della semina per tutta la «Corn Belt» tra i 100 mila e i 200 mila acri. Tale riduzione è da imputare principalmente alla diminuzione della redditività del mais (dovuta ai prezzi più bassi dei mesi precedenti) e alle strategie di rotazione delle colture.
I trader in commodity non sono certo rimasti a guardare, Anzi, appena è stata rilasciata la notizia della riduzione delle intenzioni di seminare mais, si sono mossi sul mercato, con il risutato che i prezzi del future quotato sul Chicago Mercantile Exchange hanno registrato un mini-rally nella seduta del 28 marzo (proprio a ridosso della pubblicazione dei dati). I contratti per la consegna futura di mais sono così passati da 4,28 dollari a 4,48 dollari per bushel in neanche un'ora di contrattazione, salvo poi chiudere la settimana a quota 4.38 dollari. Gli operatori stanno puntando alla rottura della resistenza a quota 4,5 dollari che rappresenta la barriera degli ultimi 3 mesi e mezzo. In caso di violazione di tale livello, gli analisti si attendono un'ulteriore accelerazione delle quotazioni di modo che i prezzi vadano verso l'area mediana della fase laterale che ha contraddistinto la seconda parte del 2023, con un primo obiettivo intorno ai 4,85 dollari per bushel.
Il livello rappresenta anche l'incrocio con la media mobile a 200 giorni sull'orizzonte temporale giornaliero e proprio in quel punto (se raggiunto) si giocherà un'importante partita. In caso di taglio dal basso verso l'alto di quella media mobile, i trader in commodity punterebbero direttamente alla violazione dell'altra resistenza importante, quella posta a 5 dollari, che aprirebbe la strada per riacciuffare il picco raggiunto a metà luglio 2023, a quota 5,6 dollari. Secondo le prime stime dei commercial (gli operatori che trattano le materie prime fisiche), proprio l'intervallo compreso tra i 5,5 e i 6 dollari al bushel potrebbe rappresentare l'area di prezzo giusta a seguito delle intenzioni di semina rilevate dall'Usda.
Che la tendenza di fondo sul contratto del mais sia cambiata è stato reso evidente anche dal rapporto del Commitment of Traders (Cot) di venerdì scorso che ha mostrato come i fondi istituzionali erano acquirenti netti di circa 13.000 contratti future/opzioni rispetto alla settimana precedente: la maggior parte di questi nuovi contratti in acquisto dovrebbe essere andata a copertura dei precedenti short. Dopo questo movimento, il Cot ha calcolato che il totale delle posizioni nette corte sull'asset è stata ridotta a 242.988 contratti, (suddiviso in 171.123 contratti long contro 414.111 short). Il destino di questa impostazione è però segnato e con il passare delle settimane ci saranno probabilmente ulteriori aggiustamenti fino a una situazione di equilibrio.
Il rapporto del Dipartimento dell'agricoltura americano non ha però evidenziato solo il calo dell'intenzione di semina da parte degli agricoltori per mais, ma ha altresì evidenziato anche il fatto che per la soia ci potrà essere un aumento delle terre coltivate del 3% rispetto allo scorso anno, con una superficie totale indicata in 86,5 milioni di acri. A proposito di questa commodity è utile ricordare che circa il 55% della produzione mondiale di soia proviene dalle Americhe, e gli Stati Uniti rappresentano il 37% delle esportazioni globali di questo legume. Da qui l'importanza dei dati sulle intenzioni di semina. Dal lato dei prezzi, a differenza del mais, il contratto future della soia non ha evidenziato una reazione brusca dopo la pubblicazione dei dati Usda. Non che la volatilità non si sia fatta sentire anche in questo caso visto che i prezzi hanno comunque immediatamente reagito con un ribasso di circa 10 dollari, passando dai 1.187 dollari per bushel (27,22 kg di soia) ai 1.180 dollari. La cosa curiosa però è che, dopo questo movimento ribassista, i prezzi della soia hanno invertito la marcia fino a raggiungere i 1.200 dollari per poi chiudere la settimana scorsa a 1.190 dollari. Tolta la volatilità momentanea, l'impostazione di medio/lungo termine di questa materia prima agricola rimane ribassista e solo un superamento del livello dei 1.225 dollari potrebbe determinare un'inversione di tendenza. In caso di proseguimento del trend, gli obiettivi degli analisti indicano nell'area dei 1.150 dollari il possibile approdo delle quotazioni da qui ai prossimi mesi.
Sia nel caso del mais che della soia, l'investimento per i trader retail è consigliato attraverso l'uso degli Etf, evitando i rischi e le significative marginazioni che invece richiederebbe l'uso dei contatti future. Gli Etf hanno inoltre commissioni di gestione più basse rispetto ai fondi comuni di investimento e forniscono informazioni dettagliate sulla composizione del loro portafoglio. (riproduzione riservata)