Con l’indebolirsi della pandemia, anche la speculazione intorno alle società che lavorano ad un vaccino del Covid-19 sta scemando. Ma i trader, che negli ultimi mesi hanno cavalcato sia a rialzo che a ribasso i forti movimenti dei titoli del biofarma, hanno già trovato il prossimo driver che porterà altra volatilità nei mercati: lo scontro Usa/Cina. Un antipasto di quello che potrà succedere è già avvenuto ieri sui mercati finanziari europei, passando però quasi inosservato, ma non ai trader.
Gli operatori attivi non hanno potuto evitare di notare il forte impulso ribassista avvenuto ieri, lunedì 1º giugno alle ore 10:05, sui future mondiali. Dopo un primo momento di sconcerto, vista anche la piega positiva che avevano preso i mercati, i trader hanno capito che il breve flash crash è stato causato da una nota passata sulle agenzie. Secondo indiscrezioni, i funzionari del governo cinese avrebbero detto alle principali aziende agricole gestite dallo Stato di sospendere gli acquisti di alcuni prodotti agricoli americani.
La nota riportava inoltre il fatto che alcuni grandi buyer di materie prime avessero cancellato degli ordinativi futuri, senza però interrompere i contratti in essere. In particolare, i giganti cinesi Cofco e Sinograin, non avrebbero concluso degli acquisti dopo «i preventivi» richiesti la settimana scorsa. Diciamo pure che non è molto in termini di notizia, ma tanto è bastato per far perdere una trentina di punti all’S&P 500, quasi 200 per il Ftse Mib e 130 punti sul Dax (anche se è stata una giornata caratterizzata dai bassi volumi a causa della festività del lunedì della Pentecoste). Tuttavia, i trader hanno capito che le tensioni tra i due paesi saranno il driver della volatilità futura e perciò c’è chi ha già cominciato a ragionare su quali asset potranno essere colpiti.
Gli indiziati speciali sono ovviamente le materie prime, agricole e non, al centro degli scambi commerciali tra i due paesi. Tra queste c’è sicuramente la soia, da sempre terreno fertile di scontri tra i due paesi. La commodity si trova a ridosso degli 840 dollari con i prezzi che si stanno schiacciando sul supporto statico di 820 dollari. L’eventuale mancato acquisto di parte della produzione di soia dalla Cina, come eventuale ritorsione ad ulteriori dazi da parte dell’America (Trump ha già ventilato l’ipotesi) potrebbe mettere sotto pressione i prezzi facendo a rompere a ribasso il supporto. Un’ipotesi simile potrebbe anche portare i prezzi verso l’obiettivo dei 800 dollari. L’altra materia prima indiziata per essere un asset sotto pressione sono i lean hogs (carne di maiale). Anche questa ha i prezzi in compressione ribassista con alcuni trader che hanno già preso posizione anticipando il possibile movimento discendente. I target sono molto interessanti e puntano al minimo di metà aprile a 42,5 dollari.
Altro terreno di scontro, che potrebbe essere un vero game changer per i mercati, sono delle restrizioni sulla tecnologia. Il Nasdaq, che viaggia verso i suoi massimi storici, è formato da gruppi che hanno un alto interscambio produttivo con società cinesi. Limitazioni sul settore invertirebbero la tendenza rialzista facendo partire una fase di ribasso anche di medio/lungo periodo. Altro tema caldo è quello legato alle valute. Nonostante il dollaro/renminbi «offshore» sia legato a un fixing stabilito dalla banca centrale cinese, con possibili oscillazioni comprese all’interno di una stretta banda prefissata, la situazione è in rapida evoluzione. L’operatività su questo cambio, oltre a non essere facilmente accessibile (esistono Etf correlati al Cny, il renminbi che viene utilizzato per gli scambi inshore) è meglio evitarla, anche se è fondamentale seguirlo per le indicazioni geopolitiche che fornisce. (riproduzione riservata)