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Lo schiaffo dei bond

Milano Finanza - Numero 060 pag. 59 del 26/03/2022

Milano Finanza Intelligence Unit

L’impennata, attesa, dei rendimenti a scadenza sta affossando le componenti obbligazionarie a scadenza lunga. Ma gli spazi di risalita non sembrano esauriti

Lo schiaffo dei bond

Ancora alla larga dal tasso fisso ad alto rating e duration, questo il messaggio essenziale arrivato al mercato in queste settimane. Sia la Bce che la Fed stanno accelerando nel processo di normalizzazione di politica monetaria e uscita dalle scelte ultra-accomodanti degli anni passati, sebbene con passo differente. La ciliegina sulla torta è arrivata pochi giorni fa da James Bullard, Fed di St. Louis, che ha sollecitato un’azione ancora più spedita in grado di portare i tassi Usa verso il 3% già a fine 2022, contro le aspettative del mercato che confidano in tale valore a fine 2023. Di riflesso anche i rendimenti obbligazionari a media scadenza, tipicamente il decennale, inglobano il cambio di marcia, tracollando come prezzi e impennandosi in termini di rendimenti a scadenza. Ma sembra ancora troppo presto per posizionarsi sul debito ad alto rating dei Paesi occidentali, sebbene il Treasury Usa offra il 2,35% annuo e il Btp sia tornato sopra il 2%, sulla scia del Bund appena oltre lo 0,5%.  I livelli tecnici espressi nel decennio passato possono dare un’idea di dove può essere sensato iniziare a comprare e semmai mediare in caso di ulteriore risalita negli yield, tenendo presente che le dinamiche di inflazione odierne sono del tutto disallineate rispetto alla media, nella speranza che nel prossimo biennio possano ridimensionarsi a livelli più sobri. Per quanto riguarda il Treasury decennale Usa, sia lo strappo rialzista del 2013 che del 2018 si sono esauriti a ridosso del 3%, e il momentum tecnico (oltre che fondamentale) sembra confermare buone probabilità di atterraggio a ridosso di tale livello. Difficile dire quando accadrà, ma ad oggi appare decisamente prematuro cercare di afferrare al volo un coltello che cade, meglio lasciare sfogare il movimento e prepararsi, probabilmente da dopo l’estate ad approfittare di yield molto più generosi -a meno che il termine recessione non inizi a concretizzarsi-. A quel punto, peraltro, la concorrenza in termini di asset class rispetto alle azioni inizierà a farsi più evidente. Acquistare ora, controcorrente, può fare male in termini di mark to market e se ne ha conferma guardando al total return da inizio anno: in meno di tre mesi il decennale Usa ha lasciato sul terreno, cedole comprese, circa il 7% di valore, perdita che schizza al 15% se si guarda alla scadenza 2050. Meglio aspettare il Treasury Usa decennale nell’area 2,8-3% di rendimento, prima di doversene pentire negli anni successivi; in realtà chi ragiona solo in termini di rendimento a scadenza può anche non curarsi della discesa di prezzo associata ad un rialzo dei rendimenti, che diverrebbe solo costo-opportunità per non aver atteso ed acquistato bond con cedole maggiori.
In modo simile, il Btp decennale potrebbe sembrare oggi allettante (rendendo il 2,02% annuo rispetto allo 0,5% circa dell’agosto 2021). Al di là delle considerazioni in merito al rischio Paese e alla sostenibilità del debito italiano, non sembra una buona idea acquistare oggi nel bel mezzo di una accelerazione rialzista. Gli strappi del 2015 e del 2017 si sono portati fino al 2,6-2,7%, trascurando lo spike oltre il 3,5% legato all’instabilità politica del 2018. Tali livelli corrispondono all’area 0,8-1% di Bund decennale, che rimane ancora poco appetibile in termini di yield to maturity rispetto ad altri sottostanti in valuta forte. Si è inoltre nuovamente riconfermata la totale indipendenza e decorrelazione dai movimenti occidentali dei bond cinesi in valuta locale, che anche oggi confermano il 2,8% di rendimento, sul decennale, fotografato a fine 2021.
Un’altra asset class che potrebbe approfittare di un’inflazione elevata anche negli anni a venire è rappresentata dall’oro. Il recente strappo oltre i 2000 dollari è giustificato però dalla crisi ucraina, che ha attirato nuovi flussi sull’oro in termini di hedging da rischi estremi. Le attuali quotazioni si trovano peraltro sugli stessi livelli del 2011, non registrando quindi alcun tipo di ipercomprato nel medio periodo. Il test dei massimi storici può, al contrario, essere letto come pressing al rialzo ed in tal senso una discesa nell’area 1.900 dollari può offrire una buona opportunità per inserire una quota sensata di oro in portafoglio. (riproduzione riservata)



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