Il premio al rischio dei mercati emergenti, in ambito azionario, necessita di tempo per esprimersi e poter essere incassato. Ma chi ha pazienza viene ripagato. Osservando le dinamiche di lungo periodo, su un orizzonte ventennale per l’indice Msci Emerging Markets si evidenza un guadagno in euro del 8,9% annuo (8,4% annuo per Msci Emerging Markets Asia), da raffrontare al +8% medio annuo, sempre in euro, del Msci World, espressione dei Paesi sviluppati. I valori in dollari sono leggermente più elevati in tutti i casi. Ma nell’ultimo anno in particolare si è notato un forte scollamento tra le dinamiche del mondo occidentale e le aree emergenti, a favore del primo conglomerato: da inizio giugno 2021 ad oggi, l’indice Msci World in euro è salito del 9% circa, mentre i due benchmark emergenti indicati sono scesi di circa il 12%, con un calo leggermente più marcato per le componenti asiatiche. Valorizzati in dollari, i benchmark emergenti sono scesi in poco più di un anno di quasi il 30%. Se in ottica di breve periodo si potrebbe essere invogliati a salire sul carro di chi sta performando meglio, estendendo maggiormente lo sguardo si può approfittare di questa temporanea anomalia ed approfittare per entrare a prezzi più convenienti sui sottostanti a maggior valore atteso sul lungo termine, anche se chiaramente a maggior rischio (beta di 1,2). La debacle della Russia nei portafogli è ormai digerita, e alle attuali condizioni di mercato, ancora molto incerte, forse la soluzione migliore è un Pac su 2-3 anni di orizzonte temporale, un piano di accumulo per smorzare gli eventuali saliscendi che potrebbero ancora arrivare. Al di là delle tecniche che possono portare ad un maggior controllo del rischio, il livello di relativa sottovalutazione dei mercati emergenti è evidente anche guardando ai multipli.
Il grafico in pagina mette in luce che il 2022 è stato fino ad ora a favore delle componenti latine ed Emea, mentre l’Asia ha decisamente sofferto sebbene sia l’area a maggiore rappresentanza negli indici emergenti (Cina + Taiwan valgono la metà dell’indice). Il Brasile domina in termini di performance in euro, ma il solo rafforzamento della valuta ha contribuito per circa il 13% al risultato allettante. Il dividend yield (evidenziato nelle parentesi del grafico) molto generoso è per buona parte imputabile al titolo Petrobras e i multipli dell’indice sono ancora fortemente a sconto, con gli operatori che sembrano scommettere su una vittoria elettorale favorevole ai mercati. La Turchia appare a sua volta interessante per i fondamentali ma il vero problema sono le estreme oscillazioni della lira, che mantiene un percorso evidentemente al ribasso rispetto all’euro. Un altro Paese con dinamiche interessanti è il Messico, anche per via della stabilizzazione in atto sul cambio, ma ancora più a sconto appare il Sudafrica, dove però ricompare la volatilità della valuta. Come detto inizialmente, l’area asiatica potrebbe semmai essere inserita oggi in portafoglio con una logica contrarian, puntando ad un recupero della fase di debolezza espressa nell’ultimo anno. Rispetto ai mercati occidentali rimane un vantaggio anche come multipli, oltre che i termini di dividend yield, e l’indice Msci Emerging Markets Asia sembra offrire un buon mix diversificato. Probabilmente meno interessante l’India, relativamente cara e anche scarica in termini di trend; la stabilizzazione del cambio sembrerebbe semmai favorire posizioni obbligazionarie in rupie, in grado di offrire oggi il 7,5% annuo lordo sulla scadenza 10 anni e il 7,2% annuo sul titolo quinquennale. Rimanendo in ambito obbligazionario, la soluzione più stabile risiede nelle obbligazioni cinesi, anche denominate in renmimbi o yuan. Il legame con le oscillazioni dei rendimenti dell’area occidentale è praticamente nullo, e ciò ha permesso una buona tenuta durante le turbolenze dei mercati obbligazionari osservate nel 2022. Attualmente il decennale rende il 2,8% annuo lordo, poco sotto i valori di inizio anno. Il grafico segnala anche la difficoltà nell’effettuare scelte che guardano ai singoli Paesi emergenti; preferibile un approccio diversificato, attraverso Etf passivi o fondi a gestione attiva, in grado di spalmare i rischi associati alle singole posizioni e alle valute. (riproduzione riservata)