Il mese di agosto, nel tumultuoso 2020, è trascorso insolitamente calmo: puntando sul rimbalzo delle economie occidentali a partire dall’ultimo trimestre del 2020, e da una caduta degli utili per azione 2020 inferiore alle attese (-33% rispetto a -45%), l’S&P500 ha varcato il 24 agosto il precedente record storico del 19 febbraio segnato a 3.393 punti spingendosi verso quota 3.600, sostenuto ancora una volta dai titoli tecnologici del Nasdaq, dove il sostanziale raddoppio della quotazione dal minimo di marzo a oggi inizia a essere guardato con diffidenza, come sottolineano le prese di beneficio che hanno caratterizzato le ultime due sedute.
L’accelerazione rialzista, a cui hanno preso parte negli ultimi giorni anche le utility, è stata alimentata dalle dichiarazioni di Jerome Powell, che nel tradizionale appuntamento di fine estate ha annunciato che la Fed tollererà in futuro periodi di inflazione superiori al 2%, considerando questo target come media di ampio respiro piuttosto che una rilevazione puntuale, in modo da consentire il pieno recupero dell’economia e dell’occupazione. Di fatto la Federal Reserve ha aperto la strada a un lungo periodo di tassi prossimi allo zero e ad ulteriori allentamenti quantitativi, spingendo verso l’alto le quotazioni azionarie e quelle dei metalli preziosi, favorite dal bassissimo livello dei tassi d’interesse e da prospettive di inflazione più alta, nonché quelle dei metalli industriali, rame in testa.
Questo movimento e le prospettive sui tassi hanno trainato i corsi dei corporate bond, sia di tipo investment grade e sia speculative grade, indebolendo ancora di più il dollaro che tra luglio e agosto ha perso il 5,6% contro le principale valute (-6% contro euro). Le attività rimaste pressoché stabili sono i bond governativi, americani ed europei, e il greggio: nonostante la Russia segnali il recupero del 90% della domanda pre-Covid, il prezzo si è mantenuto stabile per tutti e due i mesi estivi, galleggiando sul livello di chiusura dell’ampio gap ribassista accusato il 9 marzo che segna comunque il recupero del 50% della discesa registrata tra il picco dell’8 gennaio e il minimo del 22 aprile.
Gli indici dell’Eurozona sono rimasti indifferenti all’ascesa di Wall Street, mantenendo invariate le posizioni di fine giugno (Ftse Mib e Cac) o ritoccandole di misura al rialzo (Dax): sull’area Euro pesa infatti maggiormente l’incertezza sui tempi recupero, visto che i programmi di rilancio di ciascun Paese saranno delineati solo in questo mese (NaDef entro il 27 settembre per l’Italia) e saranno oggetto di valutazione dell’Ue tra ottobre e novembre, da cui dipenderà anche il via libera all’utilizzo dei fondi nell’ambito del Recovery plan comunitario che risulta vitale per le economie del Sud Europa. Sulle banche, che rivestono un peso non indifferente sui listini europei (Italia in testa), grava inoltre l’alea sui dividendi, sospesi su richiesta della Bce fino al primo ottobre, mentre le utility hanno continuato ad attrarre la domanda non avendo generalmente trattenuto la remunerazione agli azionisti, che in Italia vede spesso lo Stato come principale beneficiario.
Alla luce del quadro macroeconomico, è fuor di dubbio che le azioni avranno ancora una maggiore attrattività rispetto ai bond in un’ottica di ampio respiro, sicuramente fino a fine 2021 o anche più, soprattutto a Wall Street dove la volontà di creare inflazione da parte della Fed è in grado di sostenerne l’apprezzamento, così come l’oro e i metalli preziosi ad uso più industriale (argento e palladio). Ma da qui a fine anno le azioni dovranno anche fare i conti con alcune variabili rilevanti in grado di alimentarne la volatilità o perfino correzioni di breve durata ma intense: al primo posto si trova l’emergenza sanitaria, che da un lato dovrà dribblare la seconda ondata della pandemia e dall’altro dovrà essere in grado di produrre un vaccino entro l’inizio di novembre, come sta chiedendo a gran voce Donald Trump in vista delle elezioni presidenziali del 3 novembre, mantenendo plausibile l’attesa di un vigoro rimbalzo delle economie a partire dall’ultimo trimestre 2020 e soprattutto nel 2021. Al secondo posto c’è l’incertezza generata dalle elezioni stesse, visto che il risultato impatta in modo differente sui settori di borsa penalizzando la tecnologia in caso di vittoria del candidato democratico, e a seguire si trovano gli ulteriori sforzi attesi dal mercato in termini di politiche monetarie di Fed e Bce.
Le occasioni d’acquisto non mancheranno, da ricercare anche nei titoli value (finanziari e oil) su cui è attesa la rotazione grazie al minor rischio di deprezzamento avendo partecipato solo marginalmente, o per nulla nel caso del comparto petrolifero, al recupero. (riproduzione riservata)
