In vista della chiusura dell’anno fiscale, torna di attualità un tema molto caro a chi investe in strumenti finanziari e cioè quello della compensazione delle minusvalenze, cioè delle perdite pregresse maturate nel corso della propria operatività sui mercati. Più volte, anche su queste colonne, si è messo in evidenza come i certificati d’investimento godano di un’efficienza fiscale che ha pochi eguali. La legge distingue tra “redditi da capitale” e “redditi diversi” e prevede che solo questi ultimi siano idonei alla cosiddetta “compensazione della minusvalenze”: un reddito da capitale viene sempre tassato nel momento in cui viene realizzato, mentre un reddito diverso sarà tassato solo se il cosiddetto “zainetto fiscale” dell’investitore non conterrà delle perdite pregresse, maturate da altri investimenti. In quel caso, infatti, al saldo positivo derivante dalle nuove operazioni chiuse in utile andrà detratta la perdita accantonata in precedenza e ancora fruibile, per cui l’eventuale tassazione sarà computata solo sul valore residuale, se positivo.
Ma andiamo con ordine: ogni perdita viene “accantonata” fiscalmente per una durata massima di quattro anni: gli eventuali redditi diversi realizzati successivamente a tali accantonamenti potranno essere quindi incassati al lordo, senza dover cioè pagare alcuna tassazione, finché non andranno a coprire le minusvalenze accantonate. Una volta compensate tutte le minusvalenze esistenti, i nuovi redditi diversi torneranno poi a essere regolarmente tassati. Trascorsi quattro anni, però, le minusvalenze accantonate vengono rimosse dallo zainetto e quindi non possono più concorrere alla compensazione, venendo di fatto sprecate. Per questo, quando ci si avvicina alla fine dell’anno, è opportuno chiedersi se alcune delle minusvalenze siano effettivamente in scadenza. Nel qual caso si può valutare di monetizzare un reddito diverso già maturato su uno o più strumenti del proprio portafoglio o in alternativa, si può provare a generare un reddito diverso “ad hoc”.
Quest’ultima opportunità è la più complessa però, perché di fatto i redditi diversi sono quelli che derivano dalla compravendita di asset rischiosi e quindi non c’è garanzia che in poche settimane si possa imbastire un’operazione sul mercato in grado di generare il reddito necessario. Ed è qui che entra in gioco l’efficienza fiscale dei certificati, che sono gli unici strumenti per i quali anche i proventi derivanti dallo stacco cedole sono considerati redditi diversi, a differenza di quanto accade per esempio per le cedole delle obbligazioni o i dividendi delle azioni. Si può quindi pensare di acquistare un certificato che stacca una cedola entro fine anno, tale da compensare la minusvalenza in scadenza.
Non è un caso che anche quest’anno molti operatori abbiano concentrato l’emissione di certificati a rendimento cedolare proprio nelle ultime settimane, anche con varianti che prevedono lo stacco di primo premio maggiorato, utile proprio per assecondare la logica precedente. Bnp Paribas ha recentemente quotato due tranche di Cash Collect cosiddetti “Maxi Coupon”, così come Société Générale, la cui emissione dedicata a quattro panieri tematici ha previsto in più anche la garanzia di pagamento proprio del premio maggiorato. Da segnalare anche Leonteq, che nelle ultime settimane ha emesso diversi Phoenix Memory denominati proprio “Maxi Coupon”, ma anche Mediobanca e prima ancora Unicredit.
Ora, se da una parte è piuttosto facile garantirsi l’incasso della cedola necessaria per la compensazione della minusvalenza in scadenza, dall’altro occorre però considerare come l’acquisto di un certificato a rendimento cedolare prevede sì l’opportunità di incassare il premio nei tempi previsti, ma espone anche il capitale investito ai vari scenari di rimborso a scadenza: spesso i payoff di questi certificati prevedono infatti una protezione del capitale condizionata a un limite di perdita massima da parte del sottostante, superato il quale anche il certificato imporrà una performance negativa. Si dovrà quindi valutare bene la scelta del prodotto, non solo guardando all’importo che si potrà incassare subito, ma anche al possibile sviluppo futuro dell’investimento. Ultimamente i certificati con premi maggiorati sono inoltre legati a panieri cosiddetti “Worst of”, cioè sono soggetti a un rischio di mercato maggiore in quanto legato all’andamento di più sottostanti, quindi la scelta su questo fronte potrebbe non essere indolore. In questo senso, dall’ampio lotto di prodotti disponibili, si segnala un Express Maxi Coupon quotato lo scorso 25 ottobre su EuroTlx da Société Générale, che è legato a un unico sottostante, Intesa SanPaolo e che proprio a fine anno pagherà un Maxi premio incondizionato del 10%.
Un’ultima importante precisazione sul discorso della compensazione delle minusvalenze riguarda il meccanismo di calcolo adottato dal proprio intermediario, che in alcuni casi potrebbe di fatto annullare l’opportunità descritta in precedenza. Non esiste una direttiva univoca in questo senso e per questo accade che alcuni intermediari non considerino gli importi periodici staccati dai certificati in modo indipendente e quindi non calcolino la tassazione in modo puntuale, per ogni flusso generato dallo strumento. In sostanza rinviano la valutazione della plusvalenza al momento in cui l’intera posizione sullo strumento sarà conclusa: secondo questa interpretazione il reddito diverso sarà stato cioè effettivamente prodotto solo se il saldo delle cedole incassate e quello derivante dal rimborso o dalla vendita del certificato avranno maturato un risultato positivo. Se si incassa una cedola del 10%, ma si perde il 10% tra prezzo di acquisto e di vendita dello strumento, alla fine il guadagno sarà stato nullo e quindi, secondo questa interpretazione, non sarà stato prodotto alcun reddito diverso da portare a compensazione. L’operazione precedente sarà quindi possibile solo se il proprio intermediario adotta un meccanismo di compensazione puntuale dei flussi cedolari. (riproduzione riservata)