I bond emergenti non sembrano spaventati dal rialzo dell’inflazione Usa e si confermano una buona opportunità di investimento. Nonostante storicamente i risultati migliori si sono osservati in contesti di dollaro non troppo forte e rendimenti obbligazionari stabili, l’asset class evidenzia oggi interessanti potenzialità. Un buon margine di volatilità come sempre è da mettere in conto, per compensare l’extra-rendimento pagato rispetto ad altre forme di investimento obbligazionario. E si tratta di una compensazione notevole: l’indice Jpm Embi in dollari, rappresentativo di un paniere diversificato di emissioni emergenti in valuta forte, ha restituito negli ultimi 10 anni mediamente il 5,7% annuo, rispetto allo 2% annuo del benchmark Bloomberg Barclays Global Aggregate, che racchiude le emissioni globali di livello investment grade sia governative che corporate. E anche sul lungo termine il vantaggio rimane immutato, in quanto dal 2001 ad oggi i due indici hanno restituito rispettivamente il 6,5% annuo (8% circa in euro) e il 3,1%.
Guardando alla statistica e alle dinamiche di prezzi e rendimenti si ha inoltre la sensazione che più che un’asset class obbligazionaria si stia guardando ad una proxy dell’azionario globale. D’altronde la correlazione a 5 e 10 anni, su base settimanale, dell’indice Jpm Embi in Usd rispetto al Msci World (rappresentativo delle azioni di tutto il pianeta, sempre valorizzato in dollari) è molto elevata, pari rispettivamente a 0,68 e 0,60, affiancate giustamente da un beta inferiore a 0,40. E anche nei mesi precedenti e successivi alla crisi del Covid-19 il legame è stato pienamente confermato e persino accentuato: correlazione di 0,80 e beta vicino a 0,50. L’approccio all’investimento in bond emergenti può essere di tipo mirato, per coloro che sono hanno le capacità di valutare il rischio di credito e di cambio di singoli Paesi e sono disposti ad accettarne le conseguenze, oppure diversificato, dove gli indici sottostanti agli Etf o i portafogli gestiti attivamente dai gestori dei fondi non sono affatto uno la fotocopia dell’altro. Focalizzandoci sul contesto diversificato indicizzato raggiungibile da chiunque, le opportunità sono ancora oggi interessanti in termini di rendimenti attesi, al di la dei saliscendi momentanei che sicuramente si presenteranno.
Stando sulle emissioni in dollari, ad esempio l’Etf iShares Usd EM Gov. Bond esprime un rendimento a scadenza del portafoglio vicino al 4,2%, con duration superiore a 8 anni, mentre il prodotto Spdr Bloomberg Barclays EM Local Bond punta ai bond emergenti in valuta locale e rende oggi il 4,6% annuo, con duration inferiore; il rischio di cambio è in questo caso però più consistente per via delle oscillazioni delle singole valute emergenti che compongono l’indice. Ma per avere ancora più rendimento alcuni provider si appoggiano a emissioni societarie emergenti ad alta potenzialità, come ad esempio il prodotto VanEck Vectors EM High Yield che ha un rendimento del portafoglio in essere del 4,9%, e i bond sono denominati in dollari Usa.
Da seguire anche l’applicazione dei criteri Esg al contesto obbligazionario emergente, elemento che aiuta a tenere sotto controllo alcuni rischi. Ad esempio il prodotto BNPP Easy JPM ESG EMBI Gl. Diversified Composite euro hedged unisce la ricerca di sostenibilità alla copertura dei rischi valutari, e l’indice evidenzia attualmente un rendimento a scadenza del 3,04%. In ogni caso, come evidenziato nel grafico, l’investitore che abbraccia i bond emergenti si deve solamente affidare ad una virtù: la pazienza. Grazie alla quale anche i tracolli del 2008 e del 2020 appaiono correzioni accettabili all’interno di un pattern rialzista di medio-lungo periodo. (riproduzione riservata)