Il Dollar Index questa settimana ha tirato il fiato. Dopo essersi scontrato con la resistenza di quota 100 punti, il futures del Cme che fa la fotografia del biglietto verde, ha chiuso l’ottava a 99.5 punti. Sebbene l’impostazione di fondo sia ancora rialzista, gli operatori questa settimana hanno preferito comprare tempo, senza spingersi oltre la soglia psicologica. Il mondo rimane appeso sul tema escalation/de-escalation nel conflitto in Medio Oriente, e anche il dollaro riflette questa situazione d’incertezza. Persino la Federal Reserve, con la pubblicazione del dot plot e della Summary of Economic Projections, è sembrata guardinga. Solitamente la banca centrale americana dà l’impressione al mercato di voler gestire la curva, non di subirla (come invece è per la Bce).
Tuttavia questa volta è diverso: il conflitto militare in una delle zone di approvvigionamento energetico del mondo è incontrollabile a livello monetario. Ecco perché nonostante l’impennata dei prezzi energetici legata al conflitto con l’Iran, la Fed continua formalmente a prevedere un solo taglio dei tassi nel 2026. Il dettaglio del dot plot racconta però una storia più complessa: pur mantenendo invariata la mediana al 3,4% per il federal funds rate a fine 2026, si osserva uno spostamento interno verso scenari più restrittivi. Un numero crescente di membri del Fomc ha ridotto le aspettative di allentamento, passando da due tagli previsti a uno solo.
A pesare su questo orientamento ci sono diversi fattori. In primo luogo, l’inflazione mostra segnali di riaccelerazione: le proiezioni sul Pce core sono state riviste al rialzo al 2,7%, ben al di sopra del target del 2%. In secondo luogo, il conflitto in Medio Oriente introduce un elemento di forte imprevedibilità, soprattutto attraverso il canale energetico. Il blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, rappresenta un rischio sistemico difficile da quantificare. In questo contesto, la Fed appare paralizzata, come evidenziato anche dal linguaggio estremamente prudente del governatore Jerome Powell, che ha ripetutamente sottolineato l’incertezza dello scenario.
La banca centrale si trova infatti a bilanciare un mercato del lavoro in rallentamento (con creazione di posti di lavoro sostanzialmente stagnante) e un’inflazione ancora troppo elevata per consentire un allentamento deciso. L’incertezza sulla crescita globale e il rischio di shock energetici potrebbero alimentare fasi di volatilità, in cui il dollaro si muove sia come valuta rifugio, sia come proxy della politica monetaria statunitense. Inoltre, la transizione alla guida della Fed, con Kevin Warsh atteso come successore di Powell, introduce ulteriori variabili: una politica potenzialmente più favorevole a tassi bassi potrebbe, nel medio termine, limitare il potenziale rialzista del dollaro. Per la prossima settimana, il Dollar Index appare orientato a mantenere un bias rialzista, la decisione di rompere a rialzo quota 100 punti sul dollar Index sarà dettata però dall’evoluzione degli eventi geopolitici. (riproduzione riservata)