Nonostante le aspettative degli analisti restino a favore di un dollaro statunitense a tendere più debole nel medio termine, la divisa statunitense nelle ultime settimane ha tentato di rafforzarsi, all’interno di una trend laterale da luglio 2025 ad oggi. Il quadro di fondo non cambia, e resta caratterizzato da una crescita moderata ma resiliente dell’economia a stelle e strisce e da una politica monetaria accomodante (stimati 1-2 tagli dei tassi negli Usa nel 2026), il tutto inflazione permettendo. Le mosse e contromosse di Trump innescano momentanee fiammate di volatilità su tutte le asset class investibili, e la divisa non è esente da tali dinamiche.
In termini obbligazionari, lo spread di rendimenti tra l’area euro e quella in dollari resta interessante, soprattutto se si considerano scadenza lunghe o sottostanti corporate, in grado di ampliare ulteriormente gli yield. E se tra un anno circa i rendimenti statunitensi saranno effettivamente più compressi rispetto ad oggi, quantomeno sulle scadenze medio-brevi, una parte del portafoglio posizionata sul dollaro ha ancora senso, anche in caso di relativo deprezzamento rispetto all’euro. Il carry molto generoso può, infatti, permettere di sopportare l’eventuale deprezzamento controllato del cambio; inoltre, una posizione in dollari, sebbene alcune voci dissentano, rappresenta ancora oggi una scelta difensiva in caso di shock estremi di mercato, fungendo in qualche modo da bene rifugio.
Il dollaro resta, inoltre, la valuta di riserva valutaria più utilizzata a livello globale (circa 57%, seguono euro al 20% e yen al 6% scarso) e nei pagamenti internazionali (quasi il 50%), il che sostiene la domanda di titoli in dollari nel lungo periodo. In termini di investimenti, attraverso gli Etf e i fondi è possibile prendere posizione su strategie coperte dal rischio di cambio, ma questo ha un costo non indifferente nel lungo termine (oggi inferiore al 2% annuo, ma molto variabile nel tempo), che erode una buona parte della performance in valuta locale; meglio, forse, sopportare la volatilità e un eventuale deprezzamento nelle prime fasi dell’investimento, incassando in pieno le elevate cedole di tale area geografica. Nelle ultime settimane, si è peraltro assistito ad un incremento dei rendimenti a scadenza in ambito Usa, il che permette anche tatticamente di prendere posizione con yield ancora più elevati.
SELEZIONE DI ETF IN USD

Guardando alle emissioni governative, il T-bond decennale rende oggi il 4,24% annuo, Accettando il rischio di credito delle emissioni societarie, i rendimenti a scadenza possono però salire non di poco, ma vanno inserite in portafoglio cum grano salis. Meglio, probabilmente, rinunciare a qualcosina come yield a favore di scelte molto più diversificate, grazie agli Etf che mirano a specifici segmenti di mercato.
In ottica di portafoglio, una posizione su bond in dollari a lunga scadenza è anche Ad esempio, il legame rispetto all’S&P500 è vicino a 0,20 negli ultimi anni, il che conferma una buona riduzione di rischio in caso di sell-off azionario. Se ne è avuta conferma nella forte discesa della scorsa primavera, con il ribasso dell’S&P500 controbilanciato da una buona performance dei bond governativi in dollari.
SELEZIONE DI BOND IN USD

Guardando agli Etf indicati in tabella (una selezione dei tanti disponibili nel mercato europeo), si nota infatti che molti prodotti evidenziano valori di rendimento a scadenza (dell’attuale portafoglio) dello stesso ordine di grandezza di alcuni singoli bond anche con Ma è nettamene preferibile avere una parte del portafoglio posizionata su un contenitore che ingloba centinaia di obbligazioni, anziché sul singolo nome. A maggior ragione se tale salto di qualità può essere fatto ad un Ter (costo annuo del prodotto) prossimo allo 0,1%, come in molti casi si può osservare. Si segnala che l’Etf che evidenzia il rendimento atteso più elevato, superiore al 7% lordo annuo, è un prodotto a gestione attiva.
L’ambito fixed income, infatti, è particolarmente adatto per i gestori attivi, in quanto le inefficienze, a maggior ragione nell’ambiente a basso rating e minore liquidità, possono permettere una selezione accurata dei sottostanti da inserire in portafoglio, attingendo a migliaia di possibili emissioni. Nell’asset class azionaria (salvo alcuni sottostanti di nicchia) è più difficile riuscire a battere il benchmark. L’orizzonte di investimento deve però essere pluriennale, per far si che i risultati ottenuti realmente non si scostino molto da quanto desiderato inizialmente e per assorbire al meglio la volatilità del cambio euro-dollaro. (riproduzione riservata)