La Cina ha affrontato l’epidemia adottando in tempi brevi misure draconiane, che hanno arrestato di colpo buona parte dell’economia. Obiettivo: fare tutto il possibile e a qualsiasi costo per ridurre il tempo necessario a circoscrivere i contagi e quindi la durata dello stop economico. Le stime del relativo pil 2020 sono scese ora dal +5,7% di inizio anno al +4,8% attuale, secondo S&P Global Rating, frenando la crescita globale (dal +3,3% al +2,8%) sia in modo diretto e sia in modo indiretto, ovvero tramite la minore richiesta di prodotti e servizi provenienti dall’estero e tramite l’interruzione della catena produttiva dei beni intermedi e finali diretti all’estero. A distanza di poco più di un mese i nuovi casi in Cina sono in progressiva discesa, risultando ora nell’ordine di un centinaio al giorno rispetto alle 2-3 migliaia di metà febbraio e consentendo il graduale riavvio delle attività economiche, il cui recupero nel secondo trimestre troverà stimolo nella politica monetaria e negli adeguati incentivi fiscali: sulla base di questa confidenza, gli indici azionari cinesi hanno avviato il recupero già attorno al 10 febbraio e si trovano ora, nel migliore dei casi (indice Csi300), a brevissima distanza dal precedente picco segnato il 13 gennaio, o almeno hanno colmato il 50% della strada perduta fino al 4 febbraio (indice Shaghai B Shares). L’opportunità d’investimento è chiara, da cogliere eventualmente tramite l’intrinseca diversificazione offerta dagli Etf su indici azionari cinesi, tra cui spicca il Csi300 che comprende le prime 300 capitalizzazioni di entrambi i listini (Shanghai e Shenzhen). L’attenzione è invece da rimandare sulle altre piazze asiatiche.
Sì a Wall Street. Nel frattempo, l’espansione internazionale dell’epidemia guidata da Corea e Italia, dove i casi di coronavirus sono in crescita nell’ordine di qualche centinaio al giorno, sta mantenendo alta la pressione delle vendite sui listini asiatici con l’eccezione della Cina e su quelli occidentali con la parziale eccezione di Wall Street: anche in questo caso la reazione a sorpresa della Fed, la prima a cui ne seguiranno altre a breve già a partire dal Fomc del 18 marzo, e gli stimoli fiscali in arrivo da Washington hanno consentito agli indici americani di giungere fino a metà strada nel recupero della caduta accusata tra il 20 e il 28 febbraio, seppur in un contesto di crescente volatilità e di ascesa pressoché ininterrotta dei corsi del bond, che ha compresso il rendimento del decennale fin sotto l’1% sancendo abbondantemente un nuovo minimo storico rispetto al precedente 1,32% del luglio 2016. Da un lato c’è infatti la ricerca di un porto sicuro da parte degli investitori, dall’altro sono obiettivamente aumentate le probabilità di incappare in una recessione Usa (la crescita del 2020 è stata per ora rivista dall’1,6% all’1,3%), motivo per cui l’amministrazione e la banca centrale si stanno muovendo in fretta, vista anche la scadenza elettorale che interessa la prima. E lo faranno in modo ancora più incisivo, all’occorrenza, secondo una tempistica influenzata anche da Wall Street, che già ora sta chiedendo implicitamente azioni più sostanziose a partire già dal meeting della Fed del 18 marzo che coinvolgano anche la liquidità in circolazione, visto che ulteriori cadute del mercato azionario innescherebbero inevitabilmente uan veloce recessione dell’economia. Anche alla luce del vistoso indebolimento del dollaro di questi giorni, la piazza Usa si presenta quindi tra quelle meno rischiose e via via più interessanti, soprattutto attraverso indici ed Etf settoriali o tematici: in testa si trovano le utility, il cui dividend yield risulta ora molto apopetibile in relazione alla forte compressione dei rendimenti dei titoli di stato, seguite dal settore della salute e da quello dei servizi web in senso lato, nonché le Tlc.
I dubbi sull’Eurozona. Qui la situazione è più incerta: la frenata dell’export verso la Cina (11% delle esportazioni Ue) influirà negativamente soprattutto sui produttori tedeschi, dove un quinto delle esportazioni extra Ue è diretto a Pechino, mentre l’Italia, e in misura per ora ridotta gli altri principali Paesi, avranno anche a che fare con la forte riduzione dei consumi interni, oltre agli sforzi (anche finanziari) per l’emergenza sanitaria finalizzati a gestire la diffusione dell’epidemia. Secondo S&P Global Ratings la crescita del pil 2020 della Germania scenderà dal +0,5% atteso a dicembre a zero e quello dell’Italia passerà dal +0,4% al -0,3% sancendo la piena recessione, mentre si dimezzerà (dal +1% al +0,5%) a livello di Eurozona. Il recupero avverrà nel 2021 (+1,5% per l’Eurozona e +1% per l’Italia, che rimane comunque il fanalino di coda). Il conto sarebbe più pesante se anche gli Usa entrassero in recessione o in stagnazione, verso cui è diretto il 21% dell’export Ue. Lo scenario è quindi molto delicato: a differenza di Cina e Stati Uniti, la Bce ha un arsenale molto spuntato, non disponendo più dell’arma dei tassi e avendo già in essere un quantitative easing di cui può solo aumentare l’importo, scontrandosi però con i rendimenti abbondantemente negativi dei bond dell’Eurozona.
In Italia. Il rischio proviene anche dal fronte finanziario: la percezione di affidabilità del Paese è infatti minata sia dalla recessione, che innalza il rapporto deficit/pil attraverso la riduzione del denominatore, e sia dal maggior deficit già annunciato per far fronte all’emergenza economico-sanitaria. Non è un caso che lo spread Btp-Bund sia tornato sopra quota 165 centesimi in riferimento a titoli decennali, spinto da un innalzamento dei rendimenti italiani (tornati sopra l’1% con punte fino all’1,2%) a fronte di una netta riduzione di quelli tedeschi (in prossimità di -0,7%). Il problema è che i 7,5 miliardi di euro messi attualmente in campo dal Governo non sono sufficienti, ma ogni ulteriore incremento verrà accompagnato da un nuovo rialzo dello spread e dei credit default swap, a meno che la Bce di concerto con l’Ue non adottino nuove soluzioni finanziarie per far fronte alla situazione del tutto straordinaria, come il lancio di appositi Eurobond con massimo rating o l’offerta di garanzia su particolari emissioni di singoli Paesi finalizzate alla copertura dell’emergenza. Senza misure shock, i prossimi mesi presenteranno ben poco appealing per gli investimenti azionari e obbligazionari nell’Eurozona, a maggior ragione in riferimento alla piazza italiana dove anche le quotazioni delle utility (sensibili allo spread Btp-Bund) sarebbero a rischio, mettendo nuovamente sotto pressione la moneta unica se l’emergenza dovesse ampliarsi. (riproduzione riservata)
