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L’universale approccio attendista adottato in settimana da tutte le principali Banche centrali ha offerto una sensazione di remissività che espone i mercati alla speculazione

In balia della volatilità

21 marzo 2026, 02:00

Milano Finanza Intelligence Unit

In balia della volatilità

I mercati finanziari stanno vivendo una fase di grande tensione, legata soprattutto al conflitto in Medio Oriente, che sta producendo effetti rilevanti sia sul fronte economico, principalmente attraverso il forte aumento dei prezzi di petrolio e gas, sia soprattutto su quello psicologico, perché l’incertezza legata agli sviluppi della guerra in Iran sta creando una sorta di realtà sospesa, nella quale da una parte gli operatori si trovano nella necessità di ridurre la propensione al rischio, ma dall’altra prediligono un approccio di attesa, prendendo di fatto tempo nell’auspicio che la situazione internazionale possa definirsi in modo più stabile.

Una conferma evidente in questo senso è arrivata da tutte le principali banche centrali, che proprio nel corso dell’ultima settimana avevano in agenda le rispettive riunioni di politica monetaria. La linea comune manifestata in modo palese dai principali istituti mondiali è stata quella di non anticipare mosse di politica monetaria finché non sarà più chiaro l’impatto effettivo del rincaro dell’energia sull’inflazione e sull’economia reale. L’aumento dei prezzi energetici causato dal conflitto in Medio Oriente sarà una probabile fonte di inflazione, anche se per il momento mancano ancora dati concreti che ne misurino l’entità. Solo le prossime rilevazioni sull’inflazione permetteranno di capire quanto l’aumento del petrolio si stia trasmettendo ai prezzi.

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Le strategie di Fed e Bank of Japan

Negli Stati Uniti, mercoledì la Fed ha lasciato invariati i tassi di interesse, mantenendoli in una fascia restrittiva e ribadendo il proprio duplice obiettivo di piena occupazione e stabilità dei prezzi. La decisione non è stata unanime, ma la maggioranza dell’esecutivo ha preferito non intervenire, evidenziando come l’incertezza sulle prospettive economiche sia ancora elevata e come gli effetti del conflitto siano difficili da valutare. La Fed ha quindi scelto di restare vigile, monitorando i rischi sia per l’inflazione sia per la crescita. Il presidente Powell ha parlato di uno «shock energetico di una certa entità e durata», definendo inoltre «frustrante» l'inflazione nei servizi, in una conferenza stampa che ha di fatto ridotto le probabilità di un taglio dei tassi nel 2026.

Con il conflitto in Medio Oriente che spinge al rialzo i prezzi dell'energia e rischia di alimentare l'inflazione, il tema non è più quando la Fed inizierà a tagliare i tassi, ma se potrà continuare a sostenere credibilmente questa prospettiva.

Una posizione simile è stata adottata dalla Bank of Japan, che ha mantenuto i tassi invariati pur riconoscendo un aumento dei rischi inflazionistici legati al rincaro del petrolio. Anche qui non è mancato un dissenso interno, con una proposta di rialzo dei tassi motivata proprio dal timore che gli sviluppi internazionali possano spingere i prezzi verso l’alto. La banca centrale giapponese prevede un temporaneo rallentamento dell’inflazione core, ma sottolinea che il conflitto potrebbe invertire questa tendenza.

La risposta della Bce e degli altri istituti europei

In Europa, anche la Bce ha confermato i tassi di interesse, ma ha rivisto le proprie previsioni: inflazione più alta nel breve periodo e crescita economica più debole. L’aumento dei prezzi dell’energia viene considerato il principale fattore di pressione sui prezzi, mentre gli effetti sulla crescita dipenderanno dalla durata e dall’intensità della guerra. Nonostante ciò, la Bce ritiene di essere in una posizione adeguata per gestire l’incertezza, anche grazie a fattori di sostegno come la ridotta disoccupazione e la spesa pubblica.

Anche le altre banche centrali che si sono riunite in settimana (Svizzera, Svezia e Regno Unito) hanno deciso di mantenere invariati i tassi, sottolineando tutte come il conflitto abbia provocato forti movimenti nei mercati finanziari e nei prezzi delle materie prime, con effetti diretti sui costi per famiglie e imprese. In generale, si prevede un aumento dell’inflazione nel breve termine e un possibile rallentamento dell’attività economica globale, anche se l’entità di questi effetti resta incerta.

Uno scenario di incertezza per l'economia globale

In sintesi, il sistema economico globale si trova in una fase particolarmente delicata, caratterizzata da pressioni inflazionistiche legate all’energia e da prospettive di crescita indebolite. Le Banche centrali, di fronte a questo scenario, hanno scelto la cautela, rinviando eventuali decisioni finché non emergerà un quadro più chiaro degli effetti della crisi geopolitica, ma trasmettendo in questo modo ai mercati una sensazione di remissività, che rischia di lasciare i listini in balia della speculazione e della volatilità. (riproduzione riservata)



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