Non è la prima volta che la Consob lancia l’allarme sul rischio di confondere gli investimenti finanziari con un videogioco. Questa volta però, l’autorità garante dei mercati finanziari ha voluto alzare il tiro, ospitando all’interno dei suoi Quaderni Giuridici un lavoro di ricerca sulla «gamification degli investimenti finanziari».
Sebbene lo scritto non rappresenti la posizione ufficiale della Consob, è evidente la volontà di porre l’accento su una questione molto delicata che sta coinvolgendo il mondo del trading online. A maggior ragione se tra i relatori dello scritto hanno partecipato membri dell’autorità stessa. Il pericolo non è soltanto quello di banalizzare un’attività rischiosa come quella degli investimenti finanziari, esponendo le persone a rischi non percepiti, ma è anche quello di cambiare (in peggio) la struttura stessa del mercato.
L’accesso diretto ai mercati finanziari tramite piattaforme digitali non professionali e la selvaggia circolazione di informazioni sui social media stanno trasformando il comportamento degli investitori, in particolare retail, apportando rischi significativi legati alla volatilità e all’impulsività delle decisioni che si riflettono in mercati finanziari sempre più nervosi e instabili.
Gli autori del paper hanno analizzato due casi emblematici di tale situazione: GameStop e Robinhood. Nel primo caso viene evidenziata l’evoluzione della raccolta e della circolazione delle informazioni ai tempi dei social e degli influencer finanziari (fin-influencer), alzando parecchi dubbi sull’adeguatezza dell’attuale sistema normativo e domandandosi se non sia più utile percorrere la strada del divieto assoluto di certe pratiche, come il copy trading o l’assenza di commissioni di brokeraggio che sfrutti un «evidente limite cognitivo». Per quest’aspetto viene preso ad esempio il caso Robinhood, società di brokeraggio americana che ha adottato un modello di negoziazione a zero commissioni.
Non essendo una onlus però, il modello di business di questo broker on line prevede il payment for order flow (Pfof), che consiste nella vendita del proprio flusso ordini a operatori istituzionali, a fronte del pagamento di una fee. Il problema è che i beneficiari del flusso d’ordini corrispondono poi ai clienti del broker un prezzo peggiorativo in entrata (o uscita) rispetto a quello che i trader avrebbero con broker tradizionale, che prevede le commissioni e applica il miglior prezzo garantito.
Nel corso degli ultimi anni ci sono state varie pubblicazioni che hanno evidenziato come il modello Pfof fosse peggiorativo per i clienti finali, rispettando il buon vecchio adagio di internet: «se trovi qualcosa gratis, molto spesso il prodotto sei tu». (riproduzione riservata)