In un contesto di mercato che continua a non offrire grandi opportunità di rendimento sul fronte monetario, ma anche obbligazionario, da un po’ di tempo stanno trovando sempre maggiore spazio i cosiddetti «certificati d’investimento»: sono strumenti cosiddetti «derivati», che incorporano una serie di strutture più o meno complesse, che vanno dalla più semplice replica passiva dell’andamento di un’attività sottostante a varianti più articolate, che combinano tra loro diverse componenti con lo scopo di realizzare molteplici strategie operative, con diversi profili di rischio. Proprio quest’ultimo aspetto è quello che rende i certificati d’investimento particolarmente interessanti e cioè la possibilità di scegliere tra una gamma di alternative sempre più ricca, in grado di sposare qualsiasi esigenza di esposizione sul mercato. Esistono certificati ad alto rischio, in linea con quello dei mercati azionari, ma la maggior parte dei prodotti incorpora un rischio decisamente inferiore: di fatto, in termini proprio di rischio, i certificati d’investimento costituiscono l’anello di congiunzione ideale tra il mondo obbligazionario e quello azionario, con un’ampiezza dell’offerta così estesa da poter rispondere praticamente a qualsiasi esigenza operativa, dal semplice parcheggio della liquidità alla ricerca più spinta di rendimenti elevati.
Il crescente successo dei certificati d’investimento emerge in modo inequivocabile dagli ultimi dati pubblicati in settimana da Acepi (Associazione Italiana Certificati e Prodotti di Investimento) sui collocamenti dei propri associati (Banca Akros, Banca Imi, Bnp Paribas, Mediobanca, Société générale, Unicredit e Vontobel), che nel 2019 hanno segnato il nuovo record assoluto in termini sia di numero di prodotti emessi, sia soprattutto di controvalore sottoscritto. Nel corso dell’ultimo anno sono stati collocati oltre 800 prodotti, per un controvalore totale superiore ai 17 miliardi di euro: e se il numero dei certificati distribuiti sul primario è salito «solo» dell’8%, l’ammontare complessivo degli investimenti ha registrato un incredibile balzo del 55%, indicando come sia stata non tanto la maggiore offerta degli emittenti a determinare l’exploit, quanto piuttosto una consistente accelerazione della domanda.
