Sembra già finito il rimbalzo del cable dai minimi d’inizio mese di 1,30 dollari. La settimana si è infatti chiusa con il cambio sterlina/dollaro Usa proprio a ridosso della resistenza di 1,3150 dollari, senza avere i presupposti per tentare un allungo nelle prime sedute della prossima settimana. Sull’economia britannica si stanno infatti addensando molte nuvole, create da una combinazione di incertezza politica, revisione delle aspettative di politica fiscale e nuove scommesse su un taglio dei tassi da parte della Bank of England. Un mix di fattori che sta facendo riaprire le posizioni ribassiste sul cambio da parte dei forex trader, rassicurati anche dal rafforzamento del dollaro, alimentato dalla chiusura dello shutdown negli Stati Uniti e dalla possibilità di uno stop alla serie di tagli di tasso da parte della Fed.
Il detonatore principale per l’impostazione ribassista è stato però il dietrofront del governo britannico sui piani di aumento dell’aliquota dell’imposta sul reddito. Da settimane gli investitori ritenevano che la ministra delle finanze Rachel Reeves avrebbe scelto di alzare le aliquote come strada più diretta e lineare per colmare un deficit stimato attorno ai 30 miliardi di sterline. La notizia, anticipata dal Financial Times e poi ripresa da Reuters, secondo cui Reeves non prevede più una mossa di questo tipo ha colto di sorpresa i mercati, che hanno immediatamente prezzato un aumento del rischio fiscale. A pesare sono state soprattutto le tempistiche, considerato che la presentazione del budget è in calendario per il prossimo 26 novembre.
La reazione sui mercati è stata violenta con delle vendite massicce su titoli di stato, con il rendimento decennale schizzato oltre il 4,55%, la maggiore salita giornaliera da luglio, e una sterlina in flessione contro tutte le principali valute. Gli investitori temono ora che l’assenza di un aumento dell'imposta sul reddito costringa il governo a soluzioni meno immediate e più frammentate, come interventi sulla proprietà o sui regimi pensionistici, che potrebbero avere conseguenze secondarie più pesanti sul tessuto economico. L’ipotesi che Reeves debba ricorrere a un incremento del debito ha ulteriormente peggiorato il sentiment, in un contesto in cui i mercati non hanno dimenticato il precedente del governo <Liz Truss>, quando un piano di bilancio percepito come insostenibile fece precipitare obbligazioni e sterlina. A rendere tutto più instabile si sono aggiunte voci di tensioni interne alla maggioranza e dubbi sull’autorità del primo ministro Keir Starmer, fattori che hanno accresciuto la volatilità.
All’interno di questo quadro fiscale incerto si è sommata una dinamica macroeconomica che rafforza l’ipotesi di un taglio dei tassi da parte della Bank of England nella riunione del 18 dicembre. L’economia britannica attraversa una fase di rallentamento evidente, segnata da una combinazione di debolezza della domanda interna, crescita anemica e un mercato del lavoro che mostra i primi segnali di affaticamento dopo due anni di resilienza. Negli ultimi mesi il Pil ha alternato letture deboli, con variazioni mensili vicine allo zero o lievemente negative, mentre gli indicatori anticipatori rilevano un clima di fiducia fragile sia tra i consumatori sia tra le imprese. L’inflazione, pur in calo rispetto ai picchi del 2023, resta ancora sopra il target della Bank of England, soprattutto nella componente dei servizi, riflettendo pressioni strutturali che limitano il potere d’acquisto e frenano i consumi.
Il mercato del lavoro, per anni punto di forza dell’economia britannica, sta mostrando un progressivo allentamento: la disoccupazione è risalita attorno al 5% e la crescita dei salari ha rallentato in modo significativo. Parallelamente, il settore manifatturiero rimane sotto pressione per via della debolezza della domanda globale e dei persistenti effetti post-Brexit sulle catene di approvvigionamento. Su queste basi, gli operatori ora prezzano, con probabilità vicina al 90%, un taglio di 25 punti base. La prospettiva di tassi più bassi, insieme a un quadro fiscale nebuloso, riduce l’attrattività della sterlina rispetto al dollaro, valuta percepita in maniera più solida, almeno nel breve. Il risultato di questo intreccio di fattori è dunque un mercato valutario orientato decisamente al ribasso.
La coppia sterlina/dollaro potrebbe tornare a puntare il recente minimo di 1,30 dollari circa. Sarà in quel punto che si decideranno le vere sorti della sterlina perchè, se mai si dovesse rompersi anche quel supporto, la discesa potrebbe estendersi fino a 1,28 dollari. Complessa un’inversione rispetto all’attuale trend. Soltanto un ritorno sopra 1,32 dollari riporterebbe un margine di respiro ai compratori. Tale scenario necessita però di almeno un (inatteso) messaggio hawkish della Bank of England o di un (ancora più inatteso) indebolimento del dollaro. Nell’attesa di uno di questi avvenimenti, i forex trader pregustano un altro movimento come quello che ha contraddistinto il mese di ottobre. (riproduzione riservata)