Sembra inarrestabile la serie di massimi e minimi decrescenti che sta contraddistinguendo la sterlina contro il dollaro americano (detto cable). Persino la chiusura di settimana a ridosso dei minimi di periodo a 1,32 dollari lascia intendere che per la prossima ottava non ci sarà probabilmente nessun recupero, anzi.
Alla base della debolezza della valuta britannica vi è soprattutto il contesto macroeconomico e monetario. Le aspettative delle imprese del Regno Unito indicano un’accelerazione dei prezzi nei prossimi mesi, con aumenti stimati al 3,7% su base annua, in crescita rispetto al 3,4% precedente. Anche le attese di inflazione complessiva sono salite al 3,5%, riflettendo l’impatto del conflitto in Medio Oriente e, in particolare, le tensioni legate allo Stretto di Hormuz, che hanno spinto al rialzo i costi energetici. Questo shock si sta trasferendo rapidamente ai prezzi alla produzione, aumentando i rischi inflazionistici ma senza garantire un reale rafforzamento della sterlina.
Il problema centrale resta infatti la debolezza della domanda interna. Le imprese segnalano un contesto caratterizzato da scarsa capacità di trasferire i rincari ai consumatori, elemento che limita i margini e frena le prospettive di crescita. In questo scenario, anche l’azione del governo britannico, guidato dalla cancelliera Rachel Reeves, appare orientata a interventi mirati piuttosto che a misure generalizzate di sostegno, lasciando quindi l’economia esposta agli effetti del caro energia.
Determinanti, in questo quadro, sono state le dichiarazioni del governatore della Bank of England, Andrew Bailey, che hanno raffreddato le aspettative di una stretta monetaria aggressiva. Bailey ha sottolineato come i mercati si siano «portati troppo avanti» nel prezzare rialzi dei tassi, ricordando che prima dell’escalation geopolitica l’istituto centrale indicava piuttosto un possibile percorso di tagli nel 2026. Pur riconoscendo che tale scenario non è più attuale, il governatore ha ribadito che è prematuro attendersi un ciclo restrittivo significativo, anche alla luce della debolezza della domanda.
Questo atteggiamento prudente rappresenta un fattore di pressione per la sterlina, soprattutto se confrontato con la postura più aggressiva della Federal Reserve. I dati macroeconomici statunitensi, infatti, delineano uno scenario di tipo stagflazionistico: da un lato un’economia ancora resiliente, dall’altro un forte aumento dei prezzi, come evidenziato dall’indice ISM manifatturiero e dalla componente dei costi, ai massimi dai tempi delle tensioni sulle catene di approvvigionamento del 2022. Anche il mercato del lavoro resta solido, rafforzando l’idea che la banca centrale americana non abbia fretta di tagliare i tassi.
Il differenziale dei tassi d’interesse dei tassi d’interesse continua quindi a favorire il dollaro, rendendo meno appetibile la valuta britannica. A ciò si aggiunge l’incertezza geopolitica legata al conflitto con l’Iran, che alimenta la domanda di asset rifugio e sostiene ulteriormente il biglietto verde. (riproduzione riservata)