Il mercato giapponese potrebbe trovarsi a un punto di svolta, dopo la cavalcata che da inizio anno ha portato l'indice Nikkei a guadagnare oltre il 20%. E il conto sarebbe potuto essere più profittevole per tutti gli operatori che in tempi non sospetti avevano deciso di puntare sul Sol Levante, se non fosse che dalla metà di settembre è partito uno storno che ha portato l'indice dai 33.800 punti di massimo relativo (+31% da inizio anno), alla chiusura di venerdì a quota 30.994. Con la ripartenza delle contrattazioni di oggi, dopo lo stop di ieri dovuto alla Giornata Nazionale dello Sport, il mercato potrebbe rimbalzare per testare l'ex supporto, ora resistenza di 31.300, salvo poi ricominciare a scendere. La struttura tecnica del Nikkei lascia intravedere un ulteriore movimento correttivo che soltanto una risalita al di sopra dei 31.300 punti potrebbe scongiurare. Il problema è che i mercati finanziari e l'economia giapponese stanno mostrando segni di esaurimento della forza dopo il rally 2023. Se poi si dovesse prendere in considerazione la perfomance da dove è partito il movimento principale, ossia dal minimo relativo del 17 marzo a 16.378 punti (e non solo dal 2023), si può facilmente calcolare che l'indice è salito del 105% ed è dunque più che fisiologica una correzione.
Visto in quest'ottica il calo del 10% dai massimi di metà settembre non risulta essere neanche il primo ritracciamento di Fibonacci del movimento principale. Per gli amanti delle proiezioni del matematico pisano vissuto a cavallo del 1200, basti sapere che il 38,2% di ritracciamento del sopracitato movimento principale risulta essere in area 27.130 punti. Il problema è che se il mercato dovesse raggiungere tale target, la discesa sarebbe già acclamata. A livello tecnico, c'è infatti la trend line dinamica che ha accompagnato tutto l'uptrend che verrebbe meno sotto i 29.100 punti, decretando la fine del ciclo positivo. Le nubi sul mercato giapponese si fanno sempre più insistenti soprattutto perché il cambio di politica monetaria sembra oramai alle porte. I dati macro stanno premendo sulle autorità monetarie, con l'inflazione che ha raggiunto la soglia del 3,3% su base annuale. A livello assoluto si tratta di un rincaro dei prezzi ancora contenuto, specie se raffrontato agli altri paesi del G7, ma in tendenza crescente. C'è poi da considerare che il Pmi manifatturiero si trova a 48,5 punti, sotto la soglia di espansione economica, con una fiducia dei consumatori a 35,2 punti contro i 36,2 punti del mese di agosto. Dati che hanno aperto una crepa nella granitica convinzione che il paese fosse al riparo dai venti inflattivi tanto che proprio la settimana scorsa la banca centrale è intervenuta sul mercato obbligazionario, allargando al massimo la forchetta del rendimento decennale e facendolo arrivare al top (0,80%) da quando nel 2016 fu instaurato il controllo della curva.
Questo è stato il segnale che tutti gli operatori stavano aspettando e se la tensione non è ancora ben evidente sull'indice, altro paio di maniche è il comparto valutario. Il dollaro/yen la scorsa settimana ha raggiunto un livello di resistenza in area 150 yen salvo poi registrare un movimento correttivo, probabilmente generato dall'intervento della banca centrale che ha voluto mettere in guardia gli operatori sul fatto che oltre una certa soglia d'indebolimento della moneta non si può andare (come già successo nell'ottobre 2022). I forex trader tuttavia, nonostante il messaggio, ancora non si fidano a costruire posizioni ribassiste sul cambio e aspettano l'indicazione finale, magari semi ufficiale, che la BoJ ha cambiato la sua politica monetaria. (riproduzione riservata)