Tornano i timori sul consumo mondiale di petrolio e i livelli di produzione dei membri dell’Opec+ con i trader in commodity già pronti a costruire posizioni ribassiste. Negli ultimi due mesi sull’oro nero si è verificata una lunga fase di assestamento che ha portato le quotazioni ad attestarsi intorno ai 41 dollari al barile. Durante questo lasso di tempo, nonostante numerosi tentativi, il Wti non è mai riuscito a rompere, e confermare in chiusura di giornata, la resistenza statica di 42,5 dollari, instillando il sospetto che le mosse attuate da parte del cartello (allargato) dell’Opec in tema di tagli della produzione abbiano esaurito l’effetto rialzista sul prezzo del greggio e che ora servano soltanto a mantenere una certa stabilità dei prezzi. L’Arabia Saudita si muove con estrema cautela, con la produzione media che si conferma inferiore al tetto massimo consentito dagli accordi e si attesta ad 8,45 milioni di barili giornalieri. La decisione del membro più importante dell’Opec di produrre sotto la soglia massima consentita dagli accordi è per compensare gli altri Paesi membri che non mostrano la stessa disciplina nel rimanere entro i limiti disposti. Iraq e Nigeria, ad esempio, non hanno effettuato la riduzione necessaria a ottenere la conformità agli accordi, per cui è lecito pensare che non procederanno nemmeno a effettuare le compensazioni aggiuntive promesse nelle settimane passate.
Nei mesi di maggio, giugno e luglio la Russia, di solito poco disponibile a rispettare gli impegni presi, ha mostrato una conformità quasi dell 100%: la produzione media per onorare gli impegni presi era di 8,5 milioni di barili giornalieri, mentre la fornitura resa disponibile ammontava a 8,571 milioni di barili giornalieri. Da agosto la Russia potrà però aumentare la produzione nazionale di 500 mila barili giornalieri, anche se il governo ha consigliato ai produttori di non immettere nel mercato tutta la produzione extra per non destabilizzare i prezzi. Il problema vero arriva però da oltreoceano. La produzione degli Stati Uniti, secondo L’Eia (l’Energy Information Administration, l’agenzia americana dell’energia), dopo essere diminuita di oltre 2,7 milioni di barili al giorno tra marzo e maggio, dovrebbe aver raggiunto il minimo produttivo senza poter scendere ulteriormente. Oltre a questi driver ribassista c’è un altro elemento, che passa spesso inosservato ma di grande importanza per capire la tendenza di medio/lungo termine: il posizionamento degli hedge fund. Le crescenti preoccupazioni in merito al protrarsi della pandemia e il suo impatto sulle prospettive economiche globali hanno portato i gestori degli istituzionali a vendere numerose posizioni rialziste sul greggio, mostrando il tasso di dimissione più veloce da metà marzo, quando la corsa dell’epidemia era in piena accelerazione in molte grandi economie che erano prossime al lockdown. Fino a poco tempo fa gli hedge fund erano stati in genere rialzisti sul greggio, acquistando 367 milioni di barili tra metà marzo e metà luglio, allo scopo di cavalcare la determinazione dell’Arabia Saudita e della Russia di eliminare le scorte in eccesso che, insieme al calo della produzione americana, aveva sostenuto lo sviluppo di un sentiment molto positivo.
Tutto questi fattori insieme stanno dunque spingendo i trader verso l’apertura di posizioni ribassiste, facilitati dal fatto che si può tranquillamente posizionare uno stop loss abbastanza stretto, poco sopra 43 dollari. Gli obiettivi per uno short sono molto interessanti e si parte con un ritorno delle quotazioni sui 40 dollari al barile per poi andare verso i 38,8 dollari dove si trova il minimo del 30 luglio. A seguire anche l’area dei 37,45 dollari risulta attrattiva perché coincide con la serie di minimi battuti a fine giugno, ma il vero target ribassista di breve è ben individuato nei 35 dollari al barile che oltre a essere il minimo del 12 giugno è anche il livello di arrivo del gap down lasciato aperto tra il 6 e il 9 marzo scorso. L’ipotesi ribassista è anche rafforzata dalla situazione tecnica sul greggio che, su un orizzonte temporale settimanale, mostra come il recupero delle quotazioni dai minimi di aprile abbia favorito la chiusura del profondo gap down lasciato aperto agli inizi di marzo e il ritest di un ex supporto di medio-lungo periodo, ora diventato resistenza. Nel corso degli ultimi anni, i 42/43 dollari sono sempre stati un’area molto significativa e hanno funzionato spesso da pavimento per fermare movimenti ribassisti. Uno dei casi più evidenti risale a dicembre 2018 quando i prezzi sono crollati in tre mesi da 73 dollari fino (appunto) ai 42,30 dollari. Anche nel giugno del 2017 e nel maggio del 2015 il livello servii per interrompere una fase discendente, ma l’importanza del livello è più evidente tra fine 2008 e inizio 2009, quando venne interrotto il ribasso partito dai massimi storici di 140 dollari al barile. (riproduzione riservata)