Siamo ancora lontani dall’avere prodotti finanziari per il trading sull’energia elettrica alla portata degli operatori retail, ma è inevitabile che prima o poi ci si arrivi. Sarà quasi un’evoluzione naturale visto che con i prezzi arrivati sui massimi storici, sempre più trader stanno cominciando a interessarsi al comparto energy delle materie prime (energia elettrica, natural gas e Co2). Nell’attesa di qualche novità da parte dell’industry per rendere abbordabile l’investimento sul mercato del power, potrebbe essere utile capire in quale contesto ci stiamo muovendo per magari imbastire una strategia sulle utility italiane ed europee quotate.
“L’attuale realtà dei prezzi delle commodities energetiche, che nello specifico esprimono nuovi massimi storici sui mercati del Power, Gas e della CO2, i cui prezzi per il 2022 quotano rispettivamente 127 €/MWh, 48 €/MWh e 64 Eur/ton, è figlia di problematiche sia strutturali che oggi affliggono trasversalmente il mercato Power e Gas Europeo sia di questioni contingenti ossia conseguenti a situazioni critiche che prendono le mosse da drivers di breve periodo”, ha spiegato Simone Corbo di Key To Energy, società di consulenza leader nel settore dell’energia. Secondo lo specialista, la bassa disponibilità di produzione nucleare unita ad una bassa produzione di elettricità da eolico e una limitata disponibilità di gas in ingresso in Europa sia via pipeline che via nave (LNG) sono alcuni dei fondamentali di breve periodo che, innestati in un sistema elettrico e gas sempre più rigido e con sempre meno flessibilità, oggi hanno portato alla situazione di tensione dei prezzi che vediamo riflessa sul mercato in queste settimane. “Mercato che almeno fino alla fine dell’anno non mostra segnali di normalizzazione”, ha continuato Corbo, che specifica: “la situazione potrebbe diventare ancora più critica in caso di un inverno rigido che incrementerebbe la domanda sia di gas che di elettricità, richiedendo una flessibilità che il sistema energetico europeo non è in grado di fornire”. Ci sono poi due aspetti conseguenti alla salita dei prezzi delle commodities energetiche che sono poco discussi ma potrebbero avere effetti sul lungo periodo. Il primo riguarda l’impatto inflattivo che la forte salita dei prezzi dell’energia potrebbe avere nel corso del 2022. Il secondo aspetto riguarda un potenziale credit crunch del settore energia che, in caso di mantenimento dei prezzi a questi livelli, potrebbe avere impatto positivo sulle utilities più solide e con un portafoglio diversificato anche sulle rinnovabili, mentre potrebbe avere un impatto negativo per le realtà medio/piccole che con livello di energia così alti potrebbero aver bisogno di una capienza finanziaria molto elevato per mantenere l’operatività sui mercati finanziari.
In quest’ottica e alla luce del forte calo dei prezzi delle utilities europee delle ultime settimane, a causa dell’annuncio del governo Sanchez in Spagna su (poco probabili) limitazioni ai guadagni delle società energetiche per mitigare l’impatto sui consumatori del costo dell’energia, “la domanda è se questi prezzi rappresentano un'occasione per l'investitore”, si chiede Massimo Intropido di Ricerca Finanza. Secondo l’analista, in termini di dividendo atteso la risposta sembrerebbe positiva, anche bisognerebbe valutare l'impatto di eventuali misure governative che potrebbero limitare il loro flusso di cassa di queste aziende, che è proprio quello che viene utilizzato per pagare le cedole.
In ogni caso il titolo più colpito, vale a dire Endesa, oggi tratta a 11,8 volte gli utili attesi, quindi leggermente sotto quello che possiamo considerare un fair value di settore, ed offre un dividend yield, dell'11,07% (ovviamente salvo sorprese). La controllante Enel vale poco meno di 13 volte gli utili attesi e promette una cedola del 5,10%. La francese Engie, si acquista a 11,4 volte gli utili attesi e paga una cedola equivalente al 4,53%. Decisamente trattata meglio dei mercati, ma forse per questo un po' meno conveniente, è Terna, che si acquista a 16,4 volte gli utili attesi ed offre "solo" il 4,20% di dividendo. Snam promette una cedola più corposa, il 5,14%, e la si acquista a 13,7 volte i profitti attesi. “Un fattore che può in parte compensare l'eventuale ripercussione di politiche fiscali un po' troppo populiste potrebbe essere la finanza straordinaria, ovvero l’appeal di quelle società che possono effettuare acquisizioni interessanti, oppure che potrebbero cedere asset, scorporandoli da aziende acquisite in precedenza”, conclude Intropido.
Quest'ultimo è senz'altro il regno di A2A, viene quotata a valori medi di settore, ovvero a 15,42 volte gli utili attesi e ad un dividend yield del 4,47%. Molto attive sul mercato delle aziende e dei rami d'azienda anche Iren (13,13 volte gli utili attesi e 3,65% di dividendo atteso) ed Hera (3,07% di dividendo e 15,8 volte gli utili attesi). Infine, volendosi concentrare sui piani industriali più ambiziosi, tra quelli delle aziende non ancora citate spicca senz'altro quello di Acea, che prevede una forte crescita di utili e dividendi, ed il cui titolo si paga 13,2 volte gli utili previsti in cambio di un dividendo atteso del 4,05%.