Il dollaro Usa ha chiuso luglio con la sua miglior performance mensile dal dicembre 2024, guadagnando circa il 5% rispetto alle principali valute, mentre il Dollar Index si è spinto sopra quota 100 punti, segnando anche la settimana più forte dal 2022. A sostenere la forza del biglietto verde sono stati tre elementi chiave: l’impostazione attuale della politica economica e commerciale dell’amministrazione Trump, i dati macro positivi provenienti dagli Stati Uniti, e l’incertezza geopolitica che continua a rafforzare la domanda di asset rifugio. La strategia dell’attuale Casa Bianca, guidata da un ritorno al protezionismo attivo, ha inciso direttamente sulla dinamica valutaria. Le nuove ondate di dazi (fino al 50% per paesi come Brasile, 39% per la Svizzera e 35% per il Canada) hanno generato uno shock commerciale che ha danneggiato più le valute colpite che l’economia statunitense. Al contrario, il dollaro ha beneficiato della percezione di un'economia interna resiliente, in grado di assorbire le tensioni grazie a un mercato del lavoro ancora solido e a un miglioramento del saldo commerciale. Il secondo trimestre del 2025 ha visto il Pil statunitense crescere del 3,0% annualizzato, ben oltre le attese, con un netto recupero rispetto al primo trimestre in contrazione. Le nuove assunzioni nel settore privato sono state superiori alle attese (+104.000 a luglio), mentre i costi del lavoro sono cresciuti moderatamente, indicando una ripresa graduale della dinamica salariale. Anche l’inflazione ha mostrato segnali di risalita, spinta dai rincari legati ai dazi sulle importazioni. Questi dati hanno rafforzato la posizione della Federal Reserve, che ha deciso di lasciare invariati i tassi d’interesse al 4,50%. Il presidente Powell ha sottolineato che l’istituto attende ulteriori conferme prima di considerare modifiche.
A livello operativo, l’euro resta debole rispetto al dollaro, con il cambio sceso sotto 1,15 dollari e vicino ai minimi di cinque settimane. La divergenza tra i dati di crescita Usa ed europei (rispettivamente +3,0% vs +0,1% nel secondo trimestre) è evidente. Inoltre, l’accordo commerciale tra Washington e Bruxelles è stato accolto negativamente in Europa, in quanto percepito come sbilanciato a favore degli Stati Uniti. Gli analisti di Ing sottolineano che il momentum resta ribassista per la moneta unica, mentre sono stati fissati supporti in area 1,1450 dollari e resistenze a 1,16 dollari. Sul fronte asiatico, lo yen ha subito la peggior settimana dell’anno contro il dollaro, indebolito dalla decisione della Bank of Japan di mantenere i tassi fermi e al contempo alzare le previsioni d’inflazione, segnalando cautela nell’inasprimento della politica monetaria. Il cambio dollaro/yen ha raggiunto quota 150,76 yen, livelli che non si vedevano da fine maggio. Anche il franco svizzero ha perso appeal come valuta rifugio, complice l’introduzione di dazi statunitensi al 39% e le pressioni sul comparto farmaceutico elvetico. Il cambio dollaro/franco ha così toccato i massimi da sei settimane. Simile la sorte per il dollaro canadese, che ha subito la settima settimana consecutiva di cali, penalizzato dalle tariffe e da un contesto energetico più debole. (riproduzione riservata)