L’economia statunitense sta mostrando segnali di rallentamento, alimentando il dibattito presso gli operatori su quanto questo rappresenti una semplice pausa, o se ci sia qualcosa di più preoccupante. Da un lato, alcuni osservano che l’economia sta solo prendendo fiato, grazie a salari che crescono più dell’inflazione, solidi dati sulle vendite al dettaglio e tassi di disoccupazione e inflazione relativamente bassi. Dall’altro, i timori di stagflazione (o peggio recessione) emergono a causa di segnali di debolezza nel mercato del lavoro e della possibilità che le tariffe commerciali possano riaccendere il costo del denaro, frenare i consumi e intaccare la fiducia dei consumatori.
Le tensioni commerciali, amplificate dalle tariffe imposte dall’amministrazione Trump, hanno avuto un ruolo chiave nell’instabilità dei mercati, causando forti oscillazioni azionarie. Dopo una fase in cui l’indice S&P 500 ha perso quasi il 19%, vicino a entrare in territorio di bear market, un periodo di sospensione di 90 giorni su molte tariffe ha ridato speranza e forza all’indice. Successivamente, la riduzione delle tariffe cinesi dal 145% al 30%, a seguito di primi colloqui commerciali positivi, ha ulteriormente alimentato l’ottimismo su possibili accordi che potrebbero aiutare l’economia statunitense a evitare una recessione. Tuttavia, sia la volatilità che l’incertezza hanno complicato le previsioni delle principali banche d’affari come Goldman Sachs, che ora vede meno probabile una riduzione dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve (Fed) nel breve termine.
La banca centrale americana è infatti intrappolata nel suo doppio mandato di mantenere bassa la disoccupazione e l’inflazione, obiettivi spesso in contrasto. Aumenti dei tassi frenano l’inflazione ma rischiano di aumentare la disoccupazione, mentre tagli dei tassi favoriscono l’occupazione ma possono far salire i prezzi. I dati macro recenti hanno indicato che, nonostante il rallentamento, l’inflazione non accenna a diminuire rapidamente: l’indice dei prezzi al consumo (Cpi) è aumentato del 2.3% su base annua in aprile, con il Cpi core stabile al 2.8%. Anche i prezzi alla produzione (Ppi) sono saliti del 2.4%, sotto le aspettative (ma ancora in maniera significativa). Questi segnali hanno indotto il presidente della Fed Jerome Powell a mettere in pausa eventuali ulteriori tagli ai tassi, in attesa di maggiore chiarezza sull’evoluzione di inflazione e mercato del lavoro. Se l’economia dovesse entrare in stagflazione (con crescita stagnante e alta inflazione) la Fed si troverebbe in una posizione difficile, dovendo appunto bilanciare tra sostegno all’occupazione e controllo dei prezzi.
La probabilità di un taglio dei tassi da parte della banca centrale nella riunione di giugno rimane bassa (circa 8%), mentre per fine luglio la possibilità sale al 38%. Gli operatori puntano dunque su settembre con una probabilità del 50% che in quella riunione si possano tagliare i tassi. Sul fronte valutario, l’indice del dollaro Usa (Dxy), che misura la forza del dollaro contro un paniere di sei valute principali, sta oscillando intorno a 100.80 punti. Tuttavia, la stabilità del dollaro è messa in discussione dai continui cambiamenti di politica commerciale e dalle incertezze create dalle dichiarazioni e azioni dell’amministrazione Trump. Il presidente ha annunciato che presto il Tesoro e il Dipartimento del Commercio comunicheranno unilateralmente le nuove tariffe per molte nazioni, suscitando dubbi sulla sostenibilità di tali politiche.
Tecnicamente, il Dollar Index si trova in una fase delicata: la resistenza chiave è fissata a 101.90 punti, con ulteriori ostacoli a 102.06 punti (media mobile semplice a 55 giorni). Sul lato opposto, il supporto è ora a 100.22, seguito da livelli più bassi intorno a 97.90 e 96.94, che rappresenterebbero nuovi minimi non visti dal 2022 in caso di rottura. Anche le altre principali valute mostrano segnali tecnici interessanti. Il cable (sterlina/dollaro), dopo aver toccato un minimo il 13 maggio, ha ripreso forza e si mantiene sopra la media mobile a 50 periodi, indicando un momentum rialzista con resistenze importanti a 1,3360 e 1,3444 dollari. L’euro/dollaro invece, si aggira intorno a 1,1212 dollari, sostenuto da una linea di tendenza ascendente e dalla media mobile a 50 periodi. Un superamento del massimo recente a 1.1266 dollari confermerebbe un movimento rialzista verso 1.1334 dollari, mentre una discesa sotti 1,12 dollari potrebbe aprire la strada a un ritracciamento verso 1.1135 dollari. Sorprende la resilienza dello yen giapponese, che si mostra forte rispetto agli omologhi, anche di fronte a dati macroeconomici negativi. Il Pil giapponese del primo trimestre si è contratto dello 0.2%, peggio delle attese (-0.1%), in netto contrasto con la crescita dello 0.6% registrata nell’ultimo trimestre del 2024. Il cambio dollaro/yen si sta muovendo all’interno di una fascia di consolidamento stretta, dove il mercato sta cercando una direzione chiara. (riproduzione riservata)