La sorpresa sul valutario questa settimana è arrivata dalla Bank of England che ha mantenuto il suo tasso di riferimento invariato al 4%. L’attenzione degli operatori non si è concentrata sulla decisione di status quo in sé, ma sullo statement rilasciato a margine della decisione sul costo del denaro. Il dettaglio del voto ha infatti evidenziato che sette membri del comitato si sono espressi per la stabilità, mentre due hanno sostenuto un taglio da 25 punti base, alimentando l’idea che la traiettoria futura sia già tracciata.
La reazione immediata degli operatori è stata chiara. La sterlina ha ceduto terreno, andando a chiudere la settimana a ridosso di 1,35 dollari, in un contesto dove il dollaro americano rimane sostenuto dai dati macro statunitensi, che hanno confermato la resilienza del mercato del lavoro, con richieste di sussidi di disoccupazione inferiori alle stime. L’impressione è che il differenziale di crescita e di politica monetaria tra le due sponde dell’Atlantico resti favorevole al biglietto verde, nonostante ci sia una <certa> pressione sulla Fed per essere più accomodante. La Banca d’Inghilterra ha scelto la via della cautela, tanto che il governatore Andrew Bailey ha ribadito nella conferenza stampa che eventuali tagli futuri saranno “graduali e prudenti”, richiamando l’attenzione sui rischi al rialzo ancora presenti sul fronte inflazione. La dinamica dei prezzi alimentari e il loro riflesso sugli accordi salariali restano un elemento di preoccupazione, in grado di mantenere la pressione sui livelli di prezzo a medio termine. Nonostante ciò, il mercato scommette ormai con decisione su almeno un altro taglio entro l’anno, con la riunione di novembre che incorpora già oltre il cinquanta per cento di probabilità di una riduzione di 25 punti base.
Un altro segnale importante è arrivato dal lato del quantitative tightening. La BoE ha deciso di rallentare il ritmo della riduzione del bilancio, abbassando l’obiettivo da 100 a 70 miliardi di sterline l’anno e riducendo le vendite di titoli a lunga scadenza. Lo scopo è contenere la volatilità del mercato dei Gilt, già messo sotto pressione da rendimenti trentennali ai massimi dal 1998, che complicano il compito del governo in vista del bilancio autunnale. In questo scenario, la sterlina paga un doppio scotto. Da un lato il mercato legge nella prudenza della BoE un segnale di fragilità economica interna, con una crescita che resta debole e spazi fiscali limitati. Dall’altro il confronto con gli Stati Uniti continua a giocare contro: la Federal Reserve ha avviato il ciclo di tagli ma da una posizione di forza, sostenuta da dati ancora solidi, fattore, che alimenta la domanda di dollari come valuta rifugio.
Il risultato è che la sterlina appare intrappolata in una fase di consolidamento ribassista, dove i rally sono più occasione di vendita che segnali di ripresa strutturale. La rottura di quota 1,3450 dollari darebbe il via ad una fase di ribasso, con primo sui minimi d’inizio settembre a 1,3350 dollari, per poi scendere verso 1.3150 dollari. (riproduzione riservata)