Tutta una questione di ormoni. Anche nel trading. Nasce da qui la decisione di avviare in Italia il primo laboratorio per lo studio delle neuroscienze applicate alla finanza, pronto entro il primo semestre 2020, e che in prima istanza si concentrerà sul cortisolo, l’ormone dello stress. A curare il progetto è Duccio Martelli, professore specializzato in neurofinanza, finanza comportamentale ed educazione finanziaria, che punta a creare un polo d’avanguardia a livello mondiale per lo studio dei comportamenti dei soggetti in ambito finanziario. Il laboratorio sarà a disposizione di operatori finanziari professionali che potranno capire cosa accade al loro corpo quando operando sui mercati finanziari.
«L’obiettivo è sfruttare le nuove tecniche», ha spiegato Martelli, «per conoscere meglio i fattori che concorrono alle decisioni finanziarie delle persone». Rispetto alla finanza comportamentale, che descrive come i soggetti agiscono di fronte a determinate situazioni, la neurofinanza li coniuga con concetti e metodi provenienti dal mondo delle neuroscienze, come le determinanti neuronali, ossia i perché di una particolare scelta in campo finanziario. La comprensione di quali siano i principali network cerebrali che si attivano durante il processo decisionale permette di analizzare le reazioni fisiologiche del cervello, e più in generale dal corpo di un soggetto, in risposta a determinati stimoli.
«Una parte importante delle nostre ricerche riguarda il cortisolo, ormone che viene prodotto in risposta a momenti di elevato stress fisico, come ad esempio la lotta o la fuga», ha aggiunto Martelli. Gli studi pubblicati da alcuni ricercatori dell’Università di Cambridge hanno dimostrato come proprio il livello di cortisolo incide sul livello di tolleranza al rischio di una persona. Il cortisolo aumenta in modo significativo anche in situazioni di incertezza, come in periodi di volatilità nei mercati finanziari. Gli autori dello studio affermano che molti operatori mostrano comportamenti avversi al rischio proprio durante i periodi di maggiore volatilità del mercato, quando invece sarebbe opportuno aumentare le posizioni rischiose, e una maggiore propensione al rischio nelle fasi positive di mercato, quando la volatilità è contenuta e sarebbe invece ragionevole essere più prudenti, in vista di possibili cali delle quotazioni.
Dai primi riscontri emerge come in media il livello di cortisolo fra gli operatori finanziari cresca addirittura del 68% nel giro di due settimane se la volatilità di mercato è elevata. In uno studio successivo i ricercatori hanno ricreato in laboratorio questa situazione di stress, somministrano del cortisolo a un campione di 36 volontari, alzando i loro livelli naturali del 69%, corrispondente alla crescita dell’ormone in una situazione di volatilità. I volontari hanno poi dovuto effettuare una serie di scelte finanziarie in condizioni di rischio. In caso di operazioni azzeccate, incassavano effettivamente i guadagni. Mentre i picchi iniziali di cortisolo non hanno avuto effetti significativi sul comportamento dei volontari, livelli cronici elevati, come quelli registrati tra gli operatori professionali, hanno portato invece a un drastico calo nella disponibilità dei partecipanti a correre rischi aggiuntivi nel 44% dei casi. Inoltre, a differenza di studi comportamentali precedenti, che affermavano come gli uomini siano di solito più amanti del rischio rispetto alle donne, la ricerca non ha riscontrato differenze tra i due sessi in circostanze normali.
Tuttavia, quando il livello di cortisolo cresce in maniera cronica, gli uomini sembrano attribuire troppa importanza anche a rischi minori, diventando quindi maggiormente avversi al rischio. «Ne deriva quindi che il cambiamento nella propensione al rischio sembra dipendere anche da variabili di tipo fisiologico, e in particolare dalla risposta del corpo alla quantità di cortisolo in circolazione», ha ipotizzato Martelli. Se il risultato fosse confermato, la scoperta sarebbe significativa per comprendere cosa determina la propensione al rischio dei soggetti, considerato che finora i modelli utilizzati per stimare tale variabile partivano dal presupposto che l’atteggiamento verso il rischio era indipendente rispetto al ciclo di mercato.
Lo studio della materia non parte comunque da oggi. Già nei primi anni Duemila alcuni broker avevano provato a sfruttare i vantaggi delle neuroscienze in campo finanziario. Un esempio è stata la realizzazione del bracciale denominato «Rationalizer», frutto di una collaborazione fra l’allora banca olandese Abn Amro e Philips. Il bracciale aveva lo scopo di misurare i livelli di stress di chi li indossava, inviando ai soggetti segnali di avvertimento, al fine di evitare che prendessero decisioni affrettate o sull’onda delle emozioni. Il bracciale, pensato in particolare per i day trader, era frutto di evidenze scientifiche che dimostravano come molti di questi professionisti tendessero a operare in modo poco razionale, in quanto le loro decisioni erano influenzate dal livello di stress e da emozioni come l’avidità o la paura. Dal punto di vista tecnico, il bracciale misurava la sudorazione della pelle, restituendo su uno schermo luminoso un feedback visivo: più il trader era agitato, più la visualizzazione assumeva un colore rosso e aumentava la velocità del movimento. Il bracciale quindi aiutava i professionisti a evidenziare situazioni di stress, aiutandoli a prendere decisioni più razionali. (riproduzione riservata)