La banca centrale danese ha fissato il cambio contro euro a 7,4603 con una banda di oscillazione del 2,25% in più o in meno, quindi tra 7,6468 e 7,2924. La Banca Centrale ha voluto però superare se stessa negli ultimi 15 anni, riuscendo a centrare un range molto più ambizioso e ristretto, oscillando solo dell'1%. Il range di oscillazione in questi anni è quindi andato da 7,5349 a 7,3856.
I motivi per scendere. Tre i motivi per cui il cambio dell'euro contro corona danese dovrebbe essere sotto pressione. Il primo è lo stesso che ha portato alla caduta della divisa unica contro franco svizzero: l'imminente Quantitative Easing della Bce potrebbe trascinare al ribasso l'euro, in quanto equivale alla promessa di parte di una banca centrale che la sua valuta di riferimento non si apprezzerà fino a quando le misure non verranno ritirate. Il sistema finanziario cerca quindi di finanziarsi in euro, che è come vendere quella valuta. L'euro quindi dovrebbe andare sotto pressione puntando a rendimenti obbligazionari maggiori come quelli danesi.
A questo proposito, al momento lo spread tra titoli di Stato danesi e Bund è positivo per 24 basis point ovvero i primi rendono lo 0,25% in più rispetto ai secondi visto che il Bund rende lo 0,45% e il decennale danese lo 0,65%. Il differenziale si mantiene positivo anche sul titolo a 8 anni, ma è limitato però a soli 2 basis point, 0,23% il titolo danese 0,21% quello tedesco. In caso di Qe europeo i differenziali dovrebbero però allargarsi. Sempre in tema di tassi di interesse, la curva dei rendimenti danese è negativa fino a tre anni, quella tedesca fino a cinque anni.
La banca centrale danese cercherà quindi di difendere il suo cambio ideale. E a questo scopo può utilizzare due armi: un intervento sul mercato valutario (il sistema più immediato) oppure sui tassi di interesse. Nel secondo caso però, così come per la Swisse National Bank, i tassi sono già in negativo e quindi si tratta di un arma spuntata. Il tasso di riferimento, quello sui certificati di deposito presso la banca centrale, è già negativo (-0,20%). I tassi sono negativi da metà 2012 proprio per fronteggiare l'apprezzamento della valuta. E potrebbero scendere ancora, come ha fatto, la Banca Nazionale Svizzera che ha portato il tasso di interesse in negativo, dallo 0,25% allo 0,75%. In genere le valute con tassi di interesse molto bassi o addirittura negativi diventano poco appetibile e quindi non vengono comprate ma venduta. Le aspettative di rivalutazione, al momento, però compensano largamente i tassi negativi.
Il secondo intervento possibile è quello diretto sul mercato valutario. La banca centrale interviene vendendo la valuta, per esempio stampando moneta. Nel caso della Svizzera questo processo è durato tre anni: nel 2012 la banca centrale elvetica decise di mantenere il cross euro-franco svizzero sopra quota 1,20 in quanto, a causa della crisi del debito sovrano di vari Stati dell'Eurozona, molti compravano franchi svizzeri vendendo euro. L'obiettivo era di evitare un eccessivo apprezzamento cosa che avrebbe messo in difficoltà l'esportazioni e l'economia del Paese. L'intervento, sospeso ufficialmente la scorsa settimana, le è costato 300 miliardi di franchi (266 miliardi di euro). Il bilancio della Bns era già cresciuto dal 2009 all'indomani della crisi di Lehman Brother, quando tutti puntavano al franco svizzero come porto sicuro. Il dato di partenza era di 50 miliardi di franchi, ora quelli in circolazione sono 500, dieci volte tanto. Si è trattato nella sostanza di un Qe, il più grande messo in moto da una banca centrale.
La banca centrale danese comunicherà le riserve valutarie detenute in gennaio martedì 3 febbraio. Al momento sono pari al 24% del pil, percentuale che (facendo le debite proporzioni) equivale a un terzo di quello giapponese ma analogo a quello della Fed e più alto di quello attuale della Bce. Considerando che il pil danese è di 331 miliardi di dollari, le riserve dovrebbero attestarsi a 79,44 miliardi di dollari (69,08 miliardi di euro). La disoccupazione in Danimarca è al 3,9% e il pil cresce del'1% l'anno: difficile quindi giustificare tassi di interesse negativi.
L'incognita greca. Ma il cambio euro-corona danese potrebbe essere messo a rischio non solo dalla pressione di un Qe deciso nella riunione del 22 gennaio. Il 25 gennaio ci sono l'elezioni in Grecia: in testa a tutti i sondaggi è Syriza, partito che non propone l'uscita del Paese dall'euro, ma che ha posizioni comunque molto critiche sulla politica dell'austerità finora adottata. Il primo punto del suo programma è il consolidamento del debito greco, vale a dire che tutti i vecchi bond greci dovrebbero essere sostituti da altri a scadenza illimitata e interessi da pagare solo quando il pil greco tornerà a crescere oltre il 3%.
Il terzo elemento di pressione sulla corona danese è l'effetto domino tipico dei mercati finanziari. All'attacco ai titoli di Stato greci nel 2011 seguì subito l'assedio a quelli spagnoli, portoghesi e italiani. Dopo il default greco si temeva che nessuno si preoccupasse di salvaguardare le garanzie dei creditori di altri Stati sovrani. Allo stesso modo oltre vent'anni fa, quando saltò lo Sme, l'accordo sul sistema monetario europeo, prima fu messa sotto pressione la lira, poi la sterlina.
Bande forzate. Ma la banda di oscillazione euro-corona danese è già andata altre volte in crisi. Al momento il cambio si è già mangiato il 40% del range di oscillazione verso il basso. In particolare nelle ultime settimane la struttura è arrivata allo stesso livello della prima crisi greca. La variazione al rialzo invece non è mai andata oltre lo 0,10%, segno di una certa forza della valuta danese.
Ovviamente i rischi di intervenire in una partita come questa dove è forte il ruolo delle banche centrali sono altissimi. Sulla corona danese i broker offrono leve anche fino a 200. Assenti in genere le commissioni di negoziazione, mentre è previsto uno spread elevato, anche una ventina di pip, nei momento di volatilità più alta e liquidità più bassa. (riproduzione riservata)