A questo punto, più che sui livelli tecnici del petrolio, i trader devono muoversi sulle notizie, non solo quelle riportate sulle rispettive console di trading ma anche quelle su scala nazionali o riportate da siti esteri. Momento focale sarà l'incontro del 17 aprile a Doha, in Qatar, tra alcuni Paesi Opec e non Opec. Al vertice seguirà un incremento delle quotazioni se verrà raggiunto un accordo su una limitazione della produzione o, in caso contrario, un nuovo impulso ribassista, ma effetti sui prezzi potrebbero averli anche eventuali dichiarazioni pre meeting. Ma nelle ultime settimane il petrolio ha già messo a segno un rimbalzo significativo sull'aspettativa di un possibile accordo, abbandonando i minimi per riportarsi agli attuali 39,53 dollari.
Appuntamento a Doha. Domenica in Qatar il principale punto del contendere sarà la quota di produzione dell'Iran. Secondo l'Arabia Saudita anche l'Iran partecipare pro quota al taglio della produzione, quindi deve fermarla intorno a 3,2 milioni di barili al giorno. Dal canto suo l'Iran punta a raggiungere rapidamente almeno i 4 milioni di barili al giorno, cifra molto vicina alla soglia produttiva prima delle sanzioni da poco cancellate.
Le obiezioni iraniane sono due: la prima è che, visto che l'Arabia Saudita produce 10 milioni di barili al giorno, non si capisce quindi perché loro dovrebbero fermarsi a 3. La seconda è che l'Iran deve recuperare la produzione persa negli anni passati a causa delle sanzioni.
Le dichiarazioni da tenere sotto controllo in questo caso sono quelle dei personaggi di primo livello nella gestione del petrolio saudita e iraniano. Per l'Arabia Saudita l'uomo da seguire è il giovane principe Mohammad Bin Salman al Saud, 31 anni, cui fanno capo la responsabilità della difesa e degli affari economici. Per l'Iran è invece Bijan Zanganeh, ministro del Petrolio, personaggio dalle dichiarazioni forti, in grado di muovere i mercati, e non di poco. Ha definito, per esempio, «una barzelletta» la proposta dell'Arabia Saudita di congelare la produzione. Qualche giorno prima aveva dichiarato che partecipava alle riunioni di Doha «solo se aveva tempo».
Come accennato, oltre alle news riportate dalle principali console di trading è bene seguire anche le agenzie di stampa da cui partono direttamente i dispacci. Per l'Iran le fonti sono Shana, specifica sul petrolio, e Mahr con un taglio più generalista. I sauditi invece di solito rilasciano dichiarazioni ai grossi network finanziari americani.
Ministri e Paesi. Per avere un'idea delle forze in campo, l'Arabia Saudita è il principale produttore di petrolio con una quota di mercato del 13%, mentre l'Iran a regime potrebbe arrivare al 5%. Ma il secondo produttore al mondo sono gli Stati Uniti, che non fanno parte dell'Opec, con il 12%, seguiti a ruota dalla Russia. Il Cremlino ha avuto un ruolo centrale nell'organizzazione dell'evento di Doha e sta svolgendo un ruolo di mediazione fra i due contendenti. Del resto la Russia è uno dei Paesi più penalizzati dal calo dei prezzi perché sotto quota 105 dollari non riesce a coprire i costi di produzione. Per questo conviene tenere gli occhi puntati sui flash che coinvolgono il ministro dell'energia Alexander Novak, 46 anni.
Tornando alle quote di mercato seguono poi Cina, Norvegia, Venezuela, Canada e Messico con il 4%, ed Emirati Arabi e Kuwait con il 3%. In termini di barili al giorno l'Arabia Saudita ne produce 11,5 milioni, mentre Usa e Russia sono vicini a 11.
L'Opec controlla circa il 40% dell'offerta mondiale. Tutti gli altri Paesi costituiscono il restante 60%, ma non organizzati in cartello. Fanno invece parte dell'Opec Algeria, Angola, Ecuador, Indonesia, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria e Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Venezuela.
Un altro Paese in difficoltà, che in altre occasioni ha alluso a probabili intese, è il Venezuela. I personaggi chiave in questo caso sono il viceresponsabile dell'energia Kirill Molodtsov e il ministro del Petrolio venezuelano Eulogio Del Pino. Ma in tema di petrolio non si può dimenticare la Libia: il nuovo Governo vuole tornare protagonista, anche se ha una produzione residuale.
Se ci sarà un accordo sarà interessante capire anche i termini quantitativi: l'eccesso di offerta, secondo stime attendibili, potrebbe essere riassorbito anche con 600 mila barili al giorno in meno.
Punti di pareggio. Ma se l'accordo non ci sarà, a fare da riferimento saranno i punti di equilibrio finanziario per compagnie e Stati che indicano i rispettivi spazi di sopravvivenza e quindi la forza contrattuale di ciascun soggetto al tavolo delle trattative. La situazione è complessa: le compagnie iraniane riescono a stare sul mercato anche con il petrolio a 12,60 dollari, quelle saudite addirittura a 9,90. Diversa la situazione per gli altri Paesi: per raggiungere il pareggio di bilancio dello Stato ed evitare quindi che il deficit salga l'Iran ha bisogno che il petrolio quoti almeno 70 dollari, l'Arabia Saudita almeno 96 dollari al barile, e questo non solo a causa dei costi di produzione ma perché molti Paesi produttori hanno costruito nel corso degli anni un sistema di entrate legato più alla redditività del petrolio che sulle imposte.
Quanto invece alle compagnie di shale oil Usa, la metà delle imprese del settore riesce a chiudere il bilancio in pareggio se vende a 60 dollari al barile. La compagnia più efficiente ha un punto di pareggio vicino a 40 dollari al barile, la meno efficiente a 80 dollari.
L'analisi tecnica. Sotto il profilo tecnico il petrolio ha tenuto il supporto statico a 35 dollari. Il successivo ostacolo all'ascesa delle quotazioni è a 42 dollari. Saranno questi i livelli di riferimento per il trading settimanale. Pericoloso è il cedimento del supporto a 32 dollari. Secondo i trader in commodity, il breakout dei 42 dollari trascinerebbe il prezzo velocemente fino a 50 dollari al barile. un'altra soglia psicologica.
Quanto ad altri parametri, sempre maggior peso sta prendendo il Rig Count, cioè l'indice del numero di trivelle operative negli Stati Uniti, elaborato dalla società Baker Hughes. Il grafico è ora discendente: attualmente le trivelle operative negli Stati Uniti sono 443, erano circa 800 un anno fa, quindi il loro numero si è quasi dimezzato. L'indice viene pubblicato il venerdì sera.
Tutti i mercoledì alle 16,30 viene poi reso noto il dato sulle scorte di petrolio. Ovviamente visto lo squilibrio fra domanda ed offerta, un dato negativo sostiene positivamente il prezzo del future. Il dato è comunque preceduto da quello analogo rilasciato dall'agenzia privata Api il martedì alle 14,30. In settimana per i commodity trader non mancano gli appuntamenti. (riproduzione riservata)