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Certificati e rendimenti

Milano Finanza - Numero 178 pag. 43 del 10/09/2022

Milano Finanza Intelligence Unit

Le politiche restrittive inaugurate dalle Banche centrali garantiranno maggiori margini di manovra agli emittenti per strutturare prodotti d’investimento di qualità sempre migliore

Certificati e rendimenti

Ormai è ufficiale, anche la Banca Centrale europea è salita sul carro della politica monetaria restrittiva, alzando i tassi d’interesse di 75 punti e soprattutto preannunciando ulteriori interventi nelle prossime riunioni: “sui tassi ci spingeremo fin dove serve per ridurre l’inflazione. Abbiamo un obiettivo e dobbiamo agire”, ha chiarito Christine Lagarde, presidente della Bce. Al di là dell’impatto che questo potrà avere sull’economia e sulla crescita, questo deciso cambio di rotta operato da tutte le principali Banche centrali sta creando un contesto estremamente favorevole per l’industria dei certificati d’investimento, almeno in prospettiva. Questi prodotti rappresentano una sorta di anello di congiunzione tra la realtà del mercato obbligazionario e quella del mercato azionario, offrendo un ampio spettro di soluzioni d’investimento, con varie gradazioni di rischio/rendimento che possono rispondere in modo molto capillare alle diverse esigenze degli operatori. Semplificando molto il discorso, si può sostenere che l’investimento obbligazionario esalti al massimo la logica di protezione del capitale a fronte di una redditività potenziale più contenuta, mentre quello azionario imponga un’esposizione decisamente più disinvolta a fronte di un’ambizione di guadagno molto più sostenuta. I certificati d’investimento, nelle loro molteplici declinazioni, che comprendono prodotti a capitale protetto, condizionatamente protetto e non protetto, si collocano esattamente a metà strada tra le due soluzioni principali, con un’offerta molto frammentata, che in alcuni casi si avvicina di più alla logica dei bond e in altri a quella delle azioni.

L’unico problema è legato alla qualità dei prodotti che vengono emessi, o meglio, che possono essere emessi: per diversi anni, le politiche accomodanti delle banche centrali hanno infatti reso il terreno dei certificati particolarmente difficile da coltivare: quando i tassi di mercato sono molto bassi o addirittura negativi, lo spazio per strutturare prodotti con caratteristiche interessanti si riduce. In modo molto intuitivo si può facilmente comprendere che quando la redditività degli investimenti a basso rischio è molto ridotta, per ottenere rendimenti significativi occorre esporsi a un rischio sempre più alto. Un esempio su tutti: quando sono nati i certificati di tipo Bonus, la loro struttura prevedeva il pagamento di un premio prefissato a scadenza condizionato al rispetto di un livello barriera e anche una partecipazione lineare all’eventuale sovraperformance che il sottostante avesse eventualmente maturato rispetto al valore del Bonus. Questa struttura era possibile costruirla per sottostanti che pagavano dividendi corposi (vengono trattenuti dall’emittente per finanziare proprio la struttura del certificato), ma soprattutto grazie anche a tassi d’interesse che permettevano di avere un margine sufficiente da destinare all’opzione di protezione condizionata del capitale e a quella di partecipazione alla performance rialzista del sottostante. Quando i tassi hanno iniziato a scendere, gli emittenti si sono trovati ad avere sempre meno margine di manovra e così sono nati, per esempio, i Bonus Cap, che prevedevano sempre il pagamento di un premio condizionato e anche la partecipazione al rialzo all’eventuale maggiore guadagno del sottostante, ma solo fino a un limite massimo, il Cap appunto. E col tempo questo limite si è ridotto sempre di più, tanto che oggi la quasi totalità dei certificati che vengono quotati hanno un Cap coincidente proprio con il Bonus. Non c’è più cioè la partecipazione all’extra-performance. Per lo stesso motivo, anche le scadenze dei prodotti si sono allungate e in tempi più recenti sono comparsi prodotti su sottostanti sempre più volatili o addirittura legati ai cosiddetti panieri “Worst of”, che amplificano l’esposizione al rischio proprio per offrire rendimenti di maggiore appeal.

Terminata la stagione dei tassi a zero, è ora lecito attendersi che anche l’industria dei certificati possa registrare un cambio di rotta, proponendo strutture sempre più efficienti e profittevoli, senza stressare troppo la componente di rischio. In parte si sta già assistendo a questo processo, se si considera che tra le ultime emissioni figurano sempre più certificati legati a sottostanti singoli e non più o non solo a panieri, ma anche gli stessi prodotti a rendimento cedolare hanno visto alzarsi progressivamente l’ammontare degli importi periodici. Insomma, soprattutto i prodotti che strizzano maggiormente l’occhio ai bond, potranno trovare nuova linfa in questa nuova stagione di politica monetaria restrittiva. (riproduzione riservata)



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